Quando il soprintendente ebbe ricuperato il figlio, chiamò a sè Roberto nella sua stanza, e gittandosegli al collo, piangendo, gli disse:

—D'ora innanzi, tu avrai in me un amico, anzi un fratello: e un uomo sempre pronto a renderti, magari con ogni suo rischio, il beneficio!

Ecco quello che voleva Roberto.

Nessuno sapea spiegarsi in che modo egli avea potuto rimanere tante ore nel pozzo.

Era questo il suo segreto, nè volea palesarlo.

Cominciarono a riguardarlo come un po' fattucchiero e negromante: era pur ciò ch'egli voleva e che dovea agevolar la sua fuga. Sentiva quanto doveva approdargli che si supponesse, o si credesse, fosse in lui qualche forza misteriosa.

Protetto ora dalla famiglia del soprintendente, amato e venerato in essa com'egli era, cioè un salvatore; riguardato da tutti gli altri com'un uomo che avesse commercio con potenze occulte, egli esercitava su quanti lo circondavano, nell'ergastolo, un vero dominio.

Chi lo amava: chi lo temeva: tutti lo rispettavano.

Inutile dire che Roberto, volendo appunto ammaliar quella gente col meraviglioso, dopo aver salvato con rara felicità il bambino, era entrato con esso nel sotterraneo, ove già l'abbiamo veduto, e ivi si tratteneva varie ore, cercando ripigliar forze per la salita, e assistendo il suo piccolo compagno, che di ben poca assistenza ebbe bisogno, poichè cadde subito in un profondo letargo.

Roberto godeva ormai la massima libertà, che può esser goduta da un prigioniero.