Gli era duro il pensare che tanto lavoro potesse andar perduto.
Tenne quel giorno un lungo discorso con il soprintendente: l'uno e l'altro non erano mai stati più espansivi.
Poi Roberto, sul tardi, si ritirò nella sua prigione.
Il cielo si era rannuvolato: si udiva fragoreggiar il tuono in lontananza: e il vento avea cominciato a fiottare impetuosissimo.
—Ecco la notte propizia per la mia fuga,—pensava Roberto.—Caderà certo la pioggia: le sentinelle si raccoglieranno nelle loro guerite: e potrò discendere, allontanarmi più facilmente, senz'essere scorto….
Tra i boati del vento e del tuono, salì alla finestra, per dar con le lime il colpo maestro: l'ultimo colpo di cui niuno avrebbe udito in quel momento il rumore….
Ma, mentre era tutto intento all'opera, sentì che qualcuno raschiava la parete della prigione a destra.
Interruppe il lavoro: si pose in ascolto: ogni suono era cessato. Credette ad una illusione. Intanto, egli era disceso. Il rumorio ricominciò, lento, lento, sordo, si avvicinava sempre. Egli, carponi, aveva accostato un orecchio alla parete. E ormai sentiva fino il grave ansare d'un uomo, oppresso da un'immensa fatica.
Si alzò, esterrefatto, gli era sembrato che un punto della parete si smovesse. Caddero alcune pietre, e dall'apertura, ch'esse lasciavano, si affacciò una testa calva, sparuta, si alzò una mano scarna.
—Non mi denunziate!—disse subito, con piglio di spavento, fissando i grandi occhi su Roberto, l'uomo comparso sì all'improvviso.