—Fratello!—rispose Roberto, con l'usata sua dolcezza,—sono anch'io un prigioniero come voi….

—Non più infelice di me!—riprese l'altro, cui appena restava un filo di voce.

E, strisciando sul pavimento, entrò affannoso nella prigione di
Roberto.

Egli lo raccolse: lo aiutò a sedersi sul letto. Si accorse di avere dinanzi a sè un uomo esausto, febbricitante.

—Ah,—egli disse, appena ebbe ripreso un po' di fiato,—non ho fortuna io!—E le lacrime rigavano le sue guancie smunte, rugose, anzi tempo.—La mia prigione è distante dalla vostra per quasi un centinaio di passi…. Nelle passeggiate, che un tempo mi eran concesse, avevo osservato che attiguo alla mia prigione era un terrapieno: e a' piè di esso un fosso largo, profondo: di là dal fosso rocce, alberi…. Già avrete veduto voi pure que' terreni.

Si tacque: la disperazione gli toglieva ogni forza; scoppiò in un pianto dirotto: un pianto da fanciullo.

—Ho lavorato undici anni per far questo scavo: ho passato intere notti sotto la terra, fra miasmi d'ogni maniera…. Vedete come sono ridotto…. io che era uno degli uomini più robusti…. Per cinque o sei anni, mi portavo addosso, quando andavo alla passeggiata, una certa quantità di terra, e la seminavo qua e là: la gettavo, a poco a poco, dalle finestre ne' giorni in cui soffiava il vento: ne ho buttata molta fra le immondizie, nel cantuccio più orrido della prigione….

Quante volte sono risalito nella mia stanzaccia, e mi sono posto a letto con la febbre e quasi con la certezza di non svegliarmi più il giorno appresso…. E, dopo tanti stenti, tanti atroci dolori, tanti palpiti, nel momento in cui credevo toccare la meta, mi trovo in un'altra prigione….. Ah, il mio figliuolo…. il mio povero figliuolo!…

Avea un gran coltello in mano.

—Tale quale voi mi vedete, se una fuga mi fosse possibile, sentirei l'energia di lottare, a mano armata con due, tre sentinelle, e di ucciderle!