Il conte accettò l'invito.

Sapeva benissimo che Enrica non avrebbe assistito alla cena: ma pensava che la mattina appresso gli sarebbe venuto l'atto d'incontrarla nel parco: avrebbe potuto parlare.

A ogni modo era lieto di esserle vicino.

Dopo la cena, che durò sino a ora inoltrata della notte, si coricò molto allegro: il suo ultimo pensiero, prima di addormentarsi, fu per la bizzarra donzella.

Il conte di Squirace aveva appena trent'anni: era stato sempre ordinato nella sua vita, ma lo tacciavano di carattere doppio, di avarizia, di meschini appetiti.

Il duca, lasciati, a tarda ora, dopo cena, i suoi convitati, era entrato nelle sue stanze.

Provò il bisogno di riconcentrarsi, dopo tutte le commozioni, i rumori della giornata.

Aveva, sin dalla sera innanzi, una spina fitta nel cuore.

Non gli era sembrato che sua figlia lo avesse accolto con sufficiente espansione: sopra tutto era inquieto di averla ritrovata così cagionevole di salute, così pensosa… così abbattuta.

Aprì la finestra del suo salotto e mise il piede in una ampia terrazza, che dava sulle serre dello splendido giardino.