La prigione fu aperta. Entrò il soprintendente. Gli si leggea nell'aspetto una grande, sincera costernazione.

Roberto gli mosse incontro.

Il soprintendente allargava le braccia verso di lui; e Roberto, per un movimento instintivo, vi si gettò.

—Devi esser uomo!—gli disse il soprintendente con voce rotta dal pianto.—Ho da darti una triste notizia….

—Morto?—esclamò subito Roberto con un accento, che rintronò per le vôlte dei corridoi.

E, appoggiato il capo alla spalla del soprintendente, si dette a singhiozzare.

Ogni singulto parea dovesse fracassare quel petto robusto.

Il soprintendente non disse di più; volle tenergli, per impulso di pietà, celata la tragica fine del padre.

Nel lasciarlo, gli bisbigliò:

—Il mio dovere, come impiegato, era di tacerti tale notizia…. Sono questi gli ordini che abbiamo…. Tu devi esser trattato come se non avessi un'anima, un cuore…. Ma il mio ufficio d'amico era di non tacere…. Che avresti detto tu un giorno, se ti fosse venuto a notizia ch'io t'avevo ingannato, facendoti creder sempre che tuo padre vivesse?… Il tuo dolore non deve aver qui testimoni, o si comprenderebbe che qualcuno ha parlato….