—Vi racconterò la mia storia…. Io sono meccanico e incisore: e sono stato condannato col nome di ingegnere Amoretti. Pochi mi conoscevano in Napoli, avendo quasi sempre lavorato in Roma per ricchi forestieri, co' quali sopra tutto avevo contatto. Tornai a Napoli, mia patria; e fui pregato incidere alcuni emblemi…. Si trattava degli emblemi d'una setta: e credo si chiamasse de' carbonari…. Mi si fece pur incidere una specie di proclama contro il Re…. Un mio alunno mi tradì; egli era innamorato della mia moglie, donna virtuosissima, e che avea resistito a tutte le sue importunità…. Credette in tal modo sbarazzarsi di me, riuscire nel suo intento, e mi denunziò…. Fui arrestato, condannato…. Mia moglie cadde colpita da sincope, vedendomi passare, mentre mi riconducevano alla prigione, il giorno stesso della condanna. Essa mi avea dato un figlio, un anno prima; un figlio che era tutta la mia gioia, tutta la mia speranza per l'avvenire….
Fece una breve pausa, quindi riprese:
—Perchè mi condannavano?… Io era innocente. Alieno dalle cospirazioni, assorto nell'arte mia, per mera compiacenza avea fatto que' piccoli lavori…. La incisione degli emblemi era riuscita un capolavoro. Ci sono nelle mani di ricchi signori d'Europa e d'America incisioni mie, di cui si offrivano fin d'allora centinaia di sterline: e che a me pure erano state ottimamente pagate.
Feci professione di fedeltà al Re: chiesi la mia grazia e non ho ancor nulla ottenuto…. E notate che offrivo di tornarmene subito a Roma, ove avea passato quasi tutta la mia vita.
Che è divenuto mio figlio, rimasto solo, abbandonato nel mondo?… Vive egli sempre?… Lo scarso peculio da me lasciato, ha servito alla sua educazione? Ama egli suo padre; la gente che lo circonda gl'ispira la reverenza filiale, o l'orrore verso di me? Dov'è? Vive? Si trova in grandi pericoli, in grandi necessità, posso io salvarlo, soccorrerlo?
Ecco i dubbii che m'angustiano, ecco la mia tortura, una tortura indescrivibile, che ho sopportato per anni ed anni, che mi ha avvelenato i giorni e le notti, mi ha tolto la pace, il sonno, mi ha dato ogni strazio, mi ha ridotto come voi mi vedete. Mio figlio!… Siete voi padre?
Roberto rispose di no.
—Ah, allora non potete intendere ciò ch'io ho sofferto…. Ed è inutile ve lo spieghi…. Mio figlio, il mio unico figlio!…. Tante volte, nelle notti, mi è parso veder un'ombra bianca, l'ombra della mia diletta sposa; mi è parso di udir susurrare al mio orecchio: va', non lasciar solo quel fanciullo, che ha bisogno di te; trova nel tuo affetto di padre le forze, il segreto, per fuggire.
Se sapeste che cosa sono queste memorie della famiglia per un uomo che si trova solo, in una squallida prigione!
Così pensai, tentai la mia fuga: la mia cara sposa sembrava m'aiutasse nel lavoro…. Aspettavo la grazia, e cercavo il mio scampo. Due speranze! Una di più che non occorra a consolar la vita del prigioniero…. E ora, ora le ho perdute tutt'e due…. Nel mio lavoro sotterraneo ho scambiato direzione…. La provvidenza non ha voluto potessi rivedere mio figlio…. E, dopo un lavoro prodigioso, che sembra sfidare le forze umane, e che ho superato per virtù d'amore di padre, rinunziar alla propria idea…. Se sapeste che immensa amarezza! Io non vi resisterò. Fatte sparire le traccie del mio tentativo di fuga, perchè non si raddoppino rigori, e non nuocere ad altri, m'impiccherò all'inferriata della mia prigione….