—Oh,—esclamò Roberto inorridito da quella risoluzione, esaltato dal dolore cui era in preda, per la notizia avuta.

Gli si offriva alla mente ch'egli poteva compiere un'azione generosissima: una di quelle azioni, cui suo padre l'avea educato, e ch'egli, nella sua semplicità, avea saputo compier sì spesso: sarebbe stato il miglior omaggio alla memoria di lui.

Il dolore, sì recente e sì forte, aveva purificato l'animo di Roberto: l'avea inalzato a Dio, staccandolo da tutte le miserie della terra.

Sentì vergogna di sè. A che egli avea preparato con tanto studio, una fuga? Per soddisfare una vendetta. E alla sua fuga tutto sembrava promettere un esito felice.

Invece quel prigioniero avea lavorato, e indarno, mosso dal più nobile, dal più puro de' sentimenti: l'amore paterno.

S'egli avesse avuto un figlio, una figlia, la prigionia gli sarebbe riuscita mille volte più dura, incomportabile: no, non avrebbe potuto sostenerla!

Poi,—rifletteva,—quel prigioniero era davvero innocente. La tirannide che non si placava mai, la diffidenza politica, che ingigantiva la colpa, paurosa di pericoli, lo aveano gettato in quel carcere: a terrore, esempio d'altri, anzi che ad equa espiazione di un suo fallo.

Ma egli, egli, che avea tanto imprecato, la sorte, era davvero innocente quanto si credeva?

Nella sua passione focosa per Enrica, nel modo con cui l'avea dominata, conquistata, nella forza brutale ch'avea spiegato contro di lei, non v'era già una trasgressione delle leggi morali?

La sua espiazione era eccessiva, ma era sempre più meritata di quella dell'altro.