Il soprintendente non lo cercò; capiva com'egli dovesse desiderare di rimaner solo, immerso nel suo dolore.
I prigionieri lavoravano; e poteano disporre d'una piccola parte de' loro guadagni.
Un secondino avea facoltà di vender loro vino e acquavite: ma soltanto in una certa misura.
Verso sera, mentre Roberto era disteso sul letto, accasciato nella sua afflizione, sentì cigolare la chiave nella porta della prigione; entrò il secondino che vendeva l'acquavite.
Non era il solito secondino.
Era un uomo più attempato e di aspetto più gaio.
—Numero…. numero….—egli cominciò a cincischiare, appena entrato—numero Trentanove!
A quella voce Roberto si scosse.
Il secondino s'avvicinava al letto e avea posato la candela sul tavolino, che v'era accanto: s'inchinava verso il prigioniero.
—Ah!—esclamò.—Si stropicciò gli occhi e tornò a guardare; temeva che forse il vino, o l'acquavite, tracannati nella calda giornata, gli facessero un brutto scherzo.