—Dunque, che hai, angioletto?

—Non posso più stare in questa casa…. sento che qualche cosa si macchina contro di me…. Ho sorpreso certi sguardi fra mio padre e l'intendente: quel signor Marco Alboni, che ha l'apparenza di un prete: devoto, bigotto, ma che io credo tristissimo…. Non so come costui sia entrato nella nostra casa e vi abbia tanta preponderanza…. Egli comanda a mio padre….

—Che?

—Un giorno, aprendo all'improvviso la porta di un salotto, ove credevo di ritrovarmi sola, vidi mio padre presso una finestra, che parlava con Marco Alboni, il quale lo minacciava, tenendogli un pugno su una tempia…. E udii pronunziare il mio nome.

Adolfo era diventato pensoso.

—Ti assicuro,—ripigliava Diana, tremando,—c'è qui un'infernale congrega contro di me.

Il Venosa provava un gran turbamento alle parole che Diana gli venia dicendo con sì forte commozione.

Era essa una fanciulla esaltata, che immaginava pericoli ove non erano, con l'animo disposto a soavi tenerezze, che solo l'affetto di una madre avrebbe potuto soddisfare? Oppure, ella davvero si trovava fra gente trista, o spensierata, che non nutriva per lei alcun affetto?

—Credimi,—aggiungeva Diana, vedendo Adolfo sì pensoso,—in questa casa c'è di certo un mistero: e un brutto mistero!

Adolfo era coraggioso, intrepido e l'avea dimostrato ne' suoi viaggi; dinanzi a un nemico, dinanzi a un pericolo non avrebbe saputo indietreggiare un istante. Il coraggio era stato sempre in lui grande quanto il raccoglimento negli studii.