Cristina non vedeva di mal occhio che la padrona si dilettasse della compagnia di Jannacone, per farlo disperare, tormentarlo in ogni modo.

Ella aveva così più il destro di veder il bel giovane, che, sottile politico, sebben altri avesse potuto averlo in concetto di rozzo, la secondava nel suo talento, e lasciava soddisfatta quella donna provetta, sapiente in certe arti.

Cristina sapeva che Enrica, orgogliosa, fastosa, disprezzava il giovane.

Enrica aveva preso con esso una insolita familiarità. Aveva inventato per lui una nuova maniera di torture.

Si faceva or vedere da Roberto negli atteggiamenti più provocanti; se gli mostrava discinta, le sue forme robuste in parte scoperte; bene inteso, sempre quando v'erano persone vicino, che potessero accorrere in suo aiuto; gli mostrava di trattarlo come un bruto, come un uomo senza considerazione.

L'altro s'invasava di tutta quella bellezza; accanto a Enrica si sentiva in un'atmosfera di grandi ardori.

Pensava, nella sua astuzia di contadino, che un giorno la sua forza avrebbe vittoria: e sarebbe si grato un trionfo, dopo tanti oltraggi, tante ripulse, tante ignominie.

Il giorno venne.

Enrica correva sola, una domenica, poco innanzi il crepuscolo, fra le alte erbe…. Non s'era accorta che qualcuno la seguiva da un pezzo. Due braccia di ferro l'avvinghiarono. Vi fu una lotta disperata. Enrica si difendeva con morsi, coi pugni, con le unghie, con uno stile, che aveva fra i capelli, infliggendo ferite nel braccio di Jannacone, che spargeva sangue. Ma costui sapeva quel che voleva, e lo voleva. Teneva una mano sulle labbra di Enrica e quasi la soffocava perchè non gridasse: fiero, risoluto, cercava di vincere ogni ostacolo.

Uscivano a sera di là.