—Morto Roberto Jannacone!—pensava: il pianto non gli usciva, i singhiozzi gli facean groppo alla gola. In un attimo fu alla prigione di Roberto avanti che altri vi arrivasse: tenea sempre in mano il decreto, che rendeva la libertà all'Amoretti. Aprì la porta della prigione e che scorse? Roberto, in mezzo alla stanza, pallidissimo, agitato.
—Voi qui?—esclamò il soprintendente.—Si dice da tutti che il numero 39 è stato ammazzato…. Oh, l'inferriata è rotta!—disse, interrompendosi, con gli occhi fissi su la finestra.—Dunque?…
—Avevo preparato la fuga,—rispose Roberto,—un mio compagno, il mio vicino di cella, volle parteciparvi…. mentre scavalcavo la finestra, udii gli spari e lo vidi cadere dall'alto…. Ohimè!
E Roberto fece un atto di supremo dolore.
—Chi è morto…. l'ingegnere Amoretti?
—Così egli mi disse che si chiamava!
—Mio Dio, quale idea!… La provvidenza vuole che io ti renda il bene da te fatto a mio figlio, sciolga il mio voto, ti salvi!… Mancherò al mio dovere come direttore della prigione, ma adempio quello di padre riconoscente…. Tu sarai d'ora innanzi l'ingegnere Amoretti…. ecco il decreto che lo metteva in libertà…. Roberto Jannacone è morto!… Vieni con me….
Lo trascinò in fretta per alcuni corridoi: lo chiuse in una stanza ove erano abiti di varie foggie.
Tutti gl'impiegati del carcere, tutte le guardie, si accostavano alla prigione di Roberto. Già alcuni, i primi arrivati, aprivano la porta, che il soprintendente aveva poco innanzi richiuso. Tutti videro l'inferriata spezzata, la corda attaccata a quelle verghe dell'inferriata, che non erano state smosse; nessuno ebbe più dubbio che non fosse morto il numero Trentanove.
L'Amoretti, ferito da quattro colpi, due dei quali al capo, e piombato giù da una sì grande altezza, non era più riconoscibile. Il suo povero corpo, sfracellato in più parti, faceva ribrezzo. Furono subito raccolti gli avanzi per ordine del soprintendente, collocati in una specie di sacco per essere seppelliti, senza molte formalità, come allora costumava, fra poche ore.