—Oh!—rispose disinvolta la principessa, che sapeva la sua rovina: e il Weill-Myot la sapeva meglio di lei.—Siete però su una falsa strada: non crediate ch'io non abbia più bisogno del vostro aiuto. Io debbo domandarvi un altro piccolo favore!

—Ahimè, principessa,—soggiunse l'ipocrita Weill-Myot,—speriamo sia tale che mi sia dato l'onore, il piacere di soddisfarvi…. sapete quanto sia vostro amico!

—Vi ripeto, il favore è piccolo…. per voi,—disse freddamente la principessa,—m'occorrono in giornata sessantamila franchi!

Il banchiere finse di aver ricevuto un gran colpo.

—E vi occorrono proprio?—volle domandarle lentamente. Si compiaceva a torturarla.

—Altrimenti non sarei qui!—rispondeva la principessa con piglio di sovrana, che sa non poterlesi negar nulla e non è abituata, neppur può pensare, a un rifiuto.

—Non potete dunque farne a meno?…—insistè il Weill-Myot che, col secondare in lei la fiducia di averli, si preparava a gioire del suo profondo turbamento.

—No, no!…—ella ribattè un po' sdegnosa e impaziente.

La principessa non sapea che tra' suoi beni non le rimaneva più da garantire una tal somma. Al Weill-Myot, causa della rovina di lei, era ben noto: ma egli non era ancora contento. Il male fattole non gli sembrava sufficiente.

Stette alquanto pensoso: si alzò, stropicciandosi la fronte con una mano; andò qua e là per la stanza, tutto assorto, senza dir verbo, come se cercasse un espediente difficile.