—Sta benissimo,—ripigliò il De Carlo,—si tratta di salvare una gran dama da un pericolo, da una condizione disastrosa, e voi, come gentiluomo dell'antico stampo, venite in suo soccorso e non volete farvi un merito della vostra liberalità; non volete trarne vantaggio.
—No, no, io non sono tanto generoso!… Ma non vi occupate di quello ch'io creda di fare…. Attenetevi a ciò che vi ho detto: seguite i miei ordini con puntualità; e che non vi esca mai dal labbro il mio nome…..
—Sia come volete!—concluse il De Carlo, dopo essere stato un po' perplesso. E, di lì ad alcuni minuti, era tornato nel suo sfarzoso magazzino.
La principessa, come sappiamo, aspettò per molte ore la visita del Weill-Myot. Già si faceva tardi, e ormai ella disperava che si recasse da lei. Si sentiva intorpidita, quasi sbalordita, non pensava più a nulla, aspettando il meglio da una congiuntura impreveduta, secondo è proprio delle persone di un certo carattere.
Il Weill-Myot contava su questa attesa, sulle trepidazioni che le avrebbe date, però si era appigliato al partito di lasciarle una speranza.
Ad un tratto, fu annunziata alla principessa la visita del famoso gioielliere.
—Quale ironia,—ella diceva fra sè,—costui verrà certo a propormi di spendere una grossa somma!
Lo fece passare: la conversazione con quell'uomo, che tenea commerci con lontani paesi, che le parlava sempre di oro, di diamanti, di zaffiri, della gran quantità di gemme, da lui vedute, l'ammaliava.
Il De Carlo mostrò alla principessa una statuettina d'argento: un lavoro mirabile: e le disse esser un'opera del secolo XV. La principessa non si saziava di guardarla.
—È un oggetto per V. E.,—insinuava il De Carlo.