La principessa, con aria trionfante: le ridevano gli occhi, e diceva a
Cristina con piglio di beffa, e con una certa passione:

—Tu sarai sempre la mia serva…. Ti vorrei rivedere in ginocchio, come or ora, dinanzi a me!…

—E voi sarete sempre la più bella, la più cara delle donne: e io continuerò sempre a sfruttarvi, a perseguitarvi, a amareggiarvi…. Sarete sempre la mia vittima…. Può darsi che mi abbiate veduto più volte innanzi a voi, come un'umile ancella de' vostri sfrenati capricci, ma quanto vi costa?… Un patrimonio è passato dalle vostre nelle mie mani…. Per me son pagata e mi pagherò co' nuovi oltraggi, le nuove umiliazioni, che aspetto d'infliggervi…. Ma, per un altro istante, siate la mia padrona….

E le fece nuova scena, come a' tempi in cui gettava in lei i germi di quella infame corruttela, che, svegliando precocemente i sensi della principessa, dovea cagionarne la massima sventura.

Nell'accomiatarsi da Enrica, Cristina, mezza fuori di sè per un selvaggio fanatismo, le diceva:

—Ti odio! e pure, a volte desidererei star sempre con te…. È certo che una di noi due sarà causa della rovina dell'altra…. Addio, Enrica!

Così le parlava quando era giovinetta.

Enrica si rammentò subito di quella mostruosa familiarità. Aveva sentito presso la sua guancia il caldo alito di Cristina.

—Maledetta creatura!—mormorò.—E pure, se non l'avessi mai conosciuta, mi dorrebbe!

Pranzò sola; voleva andar presto al San Carlo, ove un grandissimo artista cantava il Don Giovanni.