—Vedi, io sono più astuto di te!

Il marchese non potè dir altro, nè il desiderava, alla principessa, poichè entrava nel palco un nuovo visitatore ed egli colse il destro per ritirarsi.

Questo nuovo visitatore era il Weill-Myot.

—Buona sera, caro Weill-Myot,—gli disse la principessa in tuono di scherno,—ho aspettato oggi…. molto una vostra visita: ma voi vi fate desiderare…. Figuratevi mi fossi troppo annoiata a star sola, contando sulla vostra…. promessa, che colpa non avreste? Fortunatamente…. benchè siate tanto orgoglioso…. non siete indispensabile: mi sono accorta di poter far senza di voi e che è meglio non contare…. su la vostra parola!

Parlava con un garbo, con una finezza di accento, frametteva risa sì argentine a' suoi motteggi, solo intelligibili pel Weill-Myot, che il suo discorso, tutto epigrammi, alle altre due persone, che lo udivano, e che non sapeano nulla dell'incontro mattutino fra Enrica e il banchiere, sembrò che ella facesse all'americano complimenti più dolci dell'usato.

Ma chi rideva davvero in cuor suo di quella garrula arroganza era il
Weill-Myot.

Poche ore prima egli si abbigliava nella sua camera per andar a pranzo dal principe di San Toldo, che voleva consultarlo sull'acquisto di certi titoli.

Gli fu annunziata la visita del De Carlo.

Egli l'aspettava da un momento all'altro, e s'infuriava di non vederlo arrivare.

Lo fece entrar subito nella camera, con la massima familiarità mentr'era in maniche di camicia, dinanzi a uno specchio, e s'infilava nella cravatta nera uno spillo di brillanti.