—E così?—domandò, senza voltarsi, appena sentì il passo del De Carlo nella camera.

Il De Carlo, uomo rigido negli affari, silenzioso quando occorreva, amante de' colpi di scena, e che avea spesso qualche cosa di teatrale, si accostò al banchiere e gli pose sott'occhio gli astucci, aperti, ov'erano i gioielli.

Un sorriso diabolico illuminò la fisonomia del Weill-Myot.

—Centomila franchi!—riprese il gioielliere,—e state sicuro che non ci rimetterete nulla….

—E tu non parlare, e che non si sappia mai….

Il gioielliere fece un gesto come per esprimere che era superflua ogni raccomandazione.

Il Weill-Myot accomiatò il De Carlo, dopo averlo ringraziato del suo buon ufficio: e, rimasto solo, prendeva i gioielli, li guardava di nuovo e li gettava in un cassetto nel quale, per ben richiuderlo, girava due volte la chiave.

—Sono soddisfatto!—mormorò fra sè.

E, sul tardi, era andato al teatro per gioire della principessa, che immaginava trovar esaltata dal fatto accaduto; e che pur prevedeva lo avrebbe insultato, or che si dava ad intendere non aver più bisogno di lui.

—La principessa sa,—così rispose a' suoi sarcasmi, trafiggendola un poco, ma non volendo andar tropp'oltre, affinchè ella, sospettando di lui, non sfuggisse, almeno in parte, alle sue vendette,—sa che io tengo a esser il primo de' suoi servitori…. Se ho mancato ad una visita, la principessa deve essere convinta che ciò può attribuirsi soltanto a motivi superiori di molto alle mie forze…. Ma, pur troppo, io so che alla principessa è indifferente di veder o no un sì umile servitore come sono io: un pover uomo d'affari, che non può distrarla, perchè manca di brio, e non può esserle utile in nulla.