Enrica ormai odiava Roberto: aveva paura del giorno in cui egli sarebbe tornato a rammemorarle la sua promessa: e cercava persuadersi che un tal giorno non sarebbe venuto mai.

Aveva dovuto confidarsi con Cristina dell'amore pel giovane, delle conseguenze della passione.

Cristina s'era detta in modo preciso:

—Un segreto come questo mi gioverà, mi arricchirà di sicuro!

Ella si preparava a sfruttar Enrica in tutte le condizioni della sua vita.

La sapeva generosa, prodiga del denaro pe' suoi fini: in piaceri, se non in opere buone: stava sicura di poterla liberare dal figliuolo del contadino, ch'ella stessa ormai, con singolare ingratitudine (o donne!), non avrebbe più voluto vedere: la immaginava sposa di un gran signore, riputata, stimata, invidiata da tutti: ma ella sempre sarebbe comparsa a turbar le sue gioie, a esigere da lei nuovi sagrifici, a spogliarla di ciò che avesse di più caro, de' suoi diamanti, de' ricordi della sua famiglia, sinchè la sua sordida cupidità non fosse paga.

Dopo, l'avrebbe torturata, ma soltanto per suo diletto.

Enrica, in certi momenti, era stata con lei assai altera e cattiva: e quell'animo triste dovea pensare a vendicarsene raffinatamente.

Per ora, si faceva umile; si era impadronita del grande segreto: la sventurata maternità di Enrica; avea accettato a ricettar la bambina, che dovea servire d'oggetto alle sue future minaccie, a' suoi lunghi ricatti, e che considerava già strumento della sua fortuna.

L'aveva affidata a Domenico e mandata per lui in luogo sicuro, fidando nella lealtà, nella onestà di esso, nelle prove di simpatia, in ardui servigi che ne avea avuto.