Enrica si alzò, passarono quasi accanto a Diana che si teneva tutta raccolta dietro il paravento. Essa vide benissimo il Venosa, che si accostava molto alla principessa, mentre le dava il braccio, come fanno certi innamorati smaniosi. La principessa voleva infiammarlo. Con la sua bella voce musicale, quando furono presso la porta, avvicinandosi a lui in modo ch'egli potesse riconoscere tutto il valore delle forme risentite della sua persona, gli mormorò, tra languida e carezzevole:

—Sapete qual sarà il vostro premio!… Ma occorre affrettare il matrimonio….

Essere l'amante di quell'uomo inesperto, per un istante, poco le caleva: ciò che le importava era riacquistare la sicurezza ch'ella non potea perdere della sua influenza sull'animo del Re, influenza da cui traeva una sì gran vanagloria.

Ma Diana avea colto anche quelle ultime parole: avea capito a qual prezzo il perfido Venosa la vendeva.

Si preparò a stornare i suoi disegni.

Allorchè quasi tutti gl'invitati ebbero lasciato il palazzo del marchese di Trapani, e soli rimanevano due o tre suoi parenti e la principessa, accadde una scena delle più strane.

La principessa avea notato che un uomo le si avvicinava spesso, come per udir ciò ch'ella diceva, e la guardava con una bizzarra espressione.

In quest'uomo ella avea riconosciuto Marco Alboni, l'intendente del marchese di Trapani, sì ben noto anche al nostro lettore.

Si trovavano tutti riuniti: il marchese, Diana, la principessa, il
Venosa.

—Avremmo da dirvi qualche cosa di molto confidenziale!—incominciò la principessa. E si voltava verso Marco come per far capire che colui era di troppo.