Il principe firmò. Toccava a lei scriver la somma che voleva. Lì per lì, il principe credette, o quasi, si trattasse d'un giuoco e non vi pensò più, nel suo inebriamento. Ma, con fittissimi e variati espedienti, le scene si rinnovarono due, tre volte, anche quando furon tornati nel loro palazzo di Napoli.

Ella gli dimostrava un gran fervore: lo ingolfava in raffinate sensualità: a poco a poco, lo incatenava di nuovo a sè.

Un giorno, mentre tornavano da una colazione, cui li avea invitati l'ambasciatore inglese, il principe era rimasto nelle stanze di Enrica: non se ne andava: ed essa avea capito il perchè del suo indugiarsi.

Il principe la strinse fra le sue braccia.

—Non sono tranquilla oggi!—ella disse bruscamente.

E ricominciò, a poco a poco, una delle sue solite scene. Egli si ritrasse spaventato. Ciò si ripeteva troppo di sovente.

—Ma,—esclamò, allontanandosi da lei,—che modo è questo?…

E, dopo breve silenzio:—Tu mi vendi i tuoi sorrisi?

Enrica fu colpita. Capì ch'essa, accecata dalla mania del denaro, dalla urgenza di far fronte a certe necessità che la incalzavano, e che non potea confessare, era andata tropp'oltre.

Che l'avea sospinta alle nuove, pazze spese? Sempre la sua vanità, la sua sfrenata ambizione; e il desiderio, a cui non poteva resistere, di far sorvegliare il re, d'aver prove ch'egli trescava con una nuova privilegiata. Facea pur spiare Diana, e la volea far cadere in un orribile tranello. Si era formata una specie di polizia, composta di uomini e di donne. Le recavano molte notizie, e tutte inconcludenti. Ella le interpretava a suo modo, ne cavava le conseguenze, che soddisfacevano al suo odio per Diana, alla sua gelosia, e sempre più s'irritava, sempre più s'ingolfava, per stordirsi, in un modo di vita che dovea tornarle esiziale. Cristina era anch'essa ora fra le persone che Enrica credeva sue ausiliarie.