Il principe fu presto consapevole che nella sua casa accadeva qualche cosa d'insolito. A giorni voleva interrogar la moglie, minacciarla, indagare ciò che gli appariva molto misterioso: incontrava spesso per le scale del palazzo, nelle stanze, uomini, donne, che non sapea chi fossero; ma la sua spensieratezza, il suo umore allegro finivan sempre per dominarlo; egli era nato per la vita facile, briosa.

Come abbiam detto altre volte, era uomo terribile e potea esser capace di tutto in certi istanti di collera: ma la sua vera natura, la sua natura superficiale, che è quella che vince in tutti, poichè è fatta d'abitudini, lo portava alla eleganza, a un certo forbito libertinaggio, alla raffinatezza, alla sensualità.

Avea ricominciato le sue visite alla duchessa. Nella pace di quella casa trovava il riposo dell'animo, di cui aveva bisogno: e non pensava più che tanto al bailamme di casa sua. Lasciava spesso la principessa sola per intere giornate, e nelle serate: ella non se ne lamentava: talvolta neppure se ne accorgeva.

Una sera, entrando al suo Circolo, gli fu consegnata da un cameriere una lettera anonima.

Gli fu detto che l'avea recapitata una donna, assai ben vestita, assai bella, quantunque di età piuttosto matura, e che era stata altre volte a domandare di lui.

Il principe trovò subito un amico, e si dette a parlare con esso, riponendo in tasca la lettera. Tornato a casa la notte, ritrovò quella lettera: sedette su una poltrona, e aprì la busta.

La lettera non era firmata. Voleva stracciarla, come era suo costume in simili occasioni: ma il nome di Enrica attirò i suoi sguardi, e la lesse, quasi contro la sua volontà.

In quella lettera vi era una nerissima denunzia.

Vi si diceva che la principessa era la favorita del Re; e ch'egli, il principe, era un marito compiacente, di cui tutta Napoli si burlava: ma non tutti si contentavano di schernirlo: v'era chi lo dispregiava, chi lo accusava di viltà: poichè si diceva ch'egli s'avvantaggiasse del suo disonore. Si sapeva che l'ambasciata a lui conferita, e con palese ingiustizia verso di altri, era un pretesto per allontanarlo da Napoli. Provvedesse al suo nome, se davvero non aveva rinunziato ad ogni dignità. La persona che scriveva, lo avea sentito designare col nome di "marito infame": pesava già su lui una riputazione d'ignominia. Gli amici, che gli si porgevano tanto cortesi in sembiante, nel loro segreto lo condannavano. Nelle conversazioni si sparlava di lui, si proferivano sul conto suo le cose più nefande, sebbene i discorsi a lui contrarii cessassero al suo apparire.

Vi erano poi alcune allusioni alla famiglia del principe, alla sua infanzia: allusioni di cose intime e ignote a tutti, salvo a persone che avessero per anni frequentato la casa sua. Il principe dovette persuadersi che la lettera non era scritta da persona comune.