Lo dimostravano eziandio lo stile netto in cui era scritta, la fina calligrafia, la carta finissima e olente un profumo aristocratico.

Chi gli avea scritto, e qual'era la donna che avea spinto la temerarietà sino a lasciare ella stessa la lettera alla porta del Circolo?… Ma Napoli è sì grande! essa non temeva forse di essere riconosciuta: o molto probabilmente la donna che avea scritto la lettera non era quella stessa che l'avea recapitata.

Con la lettera in mano, il principe fantasticava.

Metteva certe espressioni contenute in quel foglio insieme con le altre da lui udite la mattina in cui gli era riuscito cogliere a volo certi tratti di un dialogo fra il duca della Pandura e il principe di Latania.

Ora capiva bene certe allusioni.—Ma un uomo come lui dovea lasciarsi torcere a sì tristi pensieri da una vilissima lettera anonima? Se fosse stata scritta da qualche nemica della principessa? Da qualche donna astiosa, invidiosa, e che ella avesse irritato?

Strappò la lettera: ma una grande inquietudine, maggiore di quelle da lui provate sin allora, gli era entrata nel cuore.

La mattina uscì per tempo: sperava la serenità del cielo, il moto gli avrebbero restituita la calma.

Per tre giorni fu cupo, pensieroso.

Passava molte ore nella biblioteca del Circolo, e, appena entrato, socchiudeva tutte le finestre per rimanere, più che gli fosse concesso, all'oscuro, affinchè altri non venisse a disturbarlo e non lo vedesse.

Il terzo giorno, circa il tocco, sentì entrar nella sala di lettura, accanto alla biblioteca, il principe Latania e un altro signore. Erano soli: il principe parlava a voce piuttosto alta.