—Ma che dite?—domandò don Silvio Antella.

Il principe, nella biblioteca, avea bisogno di tutte le sue forze per dominarsi; ma volea sostenere quello strazio, che lo ambasciava, sino all'estremo: non c'era per lui altro mezzo di saper intera la verità, di appurare schiettamente, compiutamente ciò che si dicea su di lui. Niuno di que' codardi avrebbe osato palesare al suo cospetto ciò che si ripeteano, a ogni istante, fra loro. Con lui tutti pigliavano il sembiante più dolce, magari più amichevole.

—Che dico?—riprese il Latania.—Parlate con tutti i nostri amici, vi diranno lo stesso…. il principe è designato fra noi, nella nostra società, col titolo di "marito infame"…. Per ora niuno osa affrontare apertamente la sua collera con un grave insulto…. Ma, dacchè è tornato, non ha trovato qui nel Circolo chi volesse giuocare una partita con lui….

—A questo punto è già reietto?

—Egli non se ne accorge….

"Marito infame!" si ripetea il principe: erano le stesse parole ch'avea trovato nella lettera.

Si ricordava poi esser vero ch'avea qualche volta richiesto i suoi amici di giuocare con lui, ed essi, con ben addotti pretesti, se n'erano schivati.

—Sicchè, l'ambasciata?…—disse il d'Antella.

—Un pretesto per tenerlo lontano dalla moglie…. Ora che il Re ne ha abbastanza, egli è tornato…. forse per riconciliarli…. forse per impetrar non gli sia tolto, anzi aumentato il favore di cui ha goduto sin ad oggi…. offrirà magari di portar via con sè la moglie…. affinchè non ecciti imbarazzi, scandali…. Chi sa…. il Re non l'abbia richiamato a tale scopo!

—Povero Gorreso…. non è mai stato uno stinco di santo, ma non mi pareva dovesse diventare uno scellerato…. Lo deve aver condotto a questo punto la soverchia ambizione….