In casa della duchessa, Enrica incontrò quella sera anche il
Weill-Myot.

Il banchiere americano, da qualche tempo, la guardava con aria di compassione. Ella ne soffriva, un tale sprezzo la umiliava.

Era il solo uomo che si sottraesse al dominio di lei, che le si mostrasse sì freddo, sì altero, dopo averla desiderata.

La provocava in ogni modo, voleva ridurla a un atto disperato: voleva gioire della sua spietata, atroce vendetta.

Giorni innanzi, egli avea recato un altro colpo tremendo alle condizioni finanziarie della principessa.

Le speculazioni in cui l'aveva allettata per mezzo del suo giovane commesso, andate a male, essa dovea pagare di nuovo grosse somme e vi s'era regolarmente obbligata. Tutta la tenuta di Mondrone ormai non le apparteneva più.

Il principe trovò sul tavolino della sua camera varie lettere.

Una era scritta con lo stesso carattere della lettera anonima, in cui gli erano state palesate tante crude verità.

Ormai egli sapeva che la persona la quale gli scrivea tali lettere potea peccare di crudeltà, ma era sincera e bene informata.

Aprì la busta ansioso; e mentre il sudor freddo rendea madide le sue tempie.