Trovò alcuni biglietti scritti su carta molto greve, con gli orli dorati: contenevano ognuno poche parole sibilline: un linguaggio di convenzione; intelligibile soltanto a chi li scriveva e a chi doveva leggerli. Riconobbe il carattere del Re. Così avea le prove della povertà della principessa e del suo disonore; nè bastava: le sue atroci torture non erano ancora al loro fine.

Gli venne in mano una lettera, scritta grossolanamente, sperduta fra tante carte. Era una lettera di Cristina. Eranvi allusioni, un po' velate, ma facili a intendersi, alla maternità di Enrica: a un uomo, che avea su lei diritti….

Il principe, che avea trovato a caso una chiave, lasciata da Enrica, nella fretta, entro il cassettino di uno stipo, si doleva ora d'avere spinto sì oltre le sue ricerche.

—Come—pensava—questa donna ha potuto accumular tante infamie?… Ero ben più felice quando io ignorava tutto…. Non avrei creduto ciò mai possibile….

La lettera di Cristina non era firmata. A chi ricorrere per aver la spiegazione di un mistero, che già tanto l'affannava?

Ebbe orrore di cercar più oltre.

Forse ciò che gli rimaneva a sapere era ancora più terribile.

La sua testa non vi reggeva più. Chiuse in furia i cassetti e tornò nella sua camera.

A ora inoltrata nella notte, il principe sentì che sua moglie tornava a casa.

Udì il rumore della carrozza, le porte sbattute, gli ordini ch'ella impartiva ai servi ad alta voce.