Egli ascoltò un poco: poi rimase di nuovo assorto ne' suoi pensieri, tristissimi, tormentosi pensieri.

Qual sarebbe stata la sua condotta per l'avvenire? Com'egli avrebbe trattato la moglie? In che modo l'avrebbe castigata? Quando lo avrebbe parlato di ciò ch'era riuscito a scuoprire?

Il principe sì leggero, sì lieto per natura, di umore sì vivace, rifletteva alla parte di giudice che gli spettava, con una calma, una serietà, una pacatezza, una misura indescrivibili.

Le sue risoluzioni erano spaventose.

Enrica si facea servire da cena: mangiava con l'appetito robusto, che è noto al lettore, e che forse egli le invidia; si lasciava versare spesso un vecchio Allmanshauser e un altro vino: essa era grave, come sempre, quando sedeva alla sua tavola.

Mangiava sola, di frequente; cioè non era mai sola, il suo appetito le teneva buona compagnia. Domandò del principe; seppe che era nelle sue stanze; non ebbe alcun desiderio di farlo chiamare.

—Il principe non è uscito stasera,—le disse uno de' servitori, che vegliavano su la sua cena,—non ha pranzato, benchè sia tornato di buon'ora….

Ciò indicava che il marito di lei si dovea sentire assai male, aver qualche disturbo; ma Enrica non avea prestato molta attenzione a quelle parole, si era distratta in altri pensieri.

La mattina dopo, essa ricevette Cristina.

Cristina venne a ripeterle il caso occorso a Diana: ciò che, insomma, avea già saputo in casa della duchessa; vi aggiungeva, vero o no, un particolare che per Enrica avea il massimo peso: le raccontava che erano state vedute dinanzi alla porta del palazzo del marchese le livree di Corte.