Poi riconobbe la voce di un uomo molto destro, molto temuto in que' luoghi: Marco Alboni, sul quale correvano tristi leggende; venuto dalla Marca, non si sapeva perchè, come non si sapeva di che vivesse, che arte esercitasse.
Era arrischiatissimo, soverchiatore; avea nervi d'acciaio.
Lo conoscevano tutti per un fido del marchese; mezzano delle dissipazioni di lui: adoprato dal gentiluomo in bassi servigi, di cui era sempre riuscito a ottenere la più larga rimunerazione.
Il marchese l'odiava e lo ricercava: lo fuggiva e gli era necessario: non l'avrebbe voluto vedere, ma gli era forza comportarlo: poichè tale è la lega che si forma di solito fra i tristi.
Marco, uscendo di dietro a un cespuglio, fermò il cavallo del marchese.
—Che c'è di nuovo?—domandò il gentiluomo che s'aspettava qualche importuna richiesta, e non era il momento in cui potesse soddisfarla. Poi gli balenò un'altra idea e domandò:
—Mia moglie?…
—Signor marchese, ho da dare a V. S. serie notizie,—disse con sicumèra Marco,—ci fermeremo qui in un casolare diroccato, che appartiene al duca, ed è a pochi passi, e parleremo a nostro agio.
Il marchese scese dalla carrozzella; Marco prese la briglia, e legava qualche minuto appresso il cavallo ad un albero.
Entrarono poi fra le rovine.