Roberto volle tentare un gran colpo.
Voleva mettere a prova l'amore della sua figliuola. L'esaltato affetto paterno lo rendeva spietato. Voleva innanzi di appalesare a sua figlia ch'egli era il prigioniero, per cui essa avea palpitato, innanzi di scuoprirle tutta l'ignominia, che avea dovuto subire, chiarirsi qual fosse l'animo di lei.
—È vivo mio padre?… ditemi il vero… saprò sopportarlo… qualunque esso sia….
—No,—rispose subito Roberto, che si sentiva l'animo dilaniato,—vostro padre non vive… egli era quell'infelice, morto nel fuggire dalla prigione….
—Ah, povero babbo!—disse Diana: e rimase seduta sul letto, gli occhi immoti, le labbra strette l'una all'altra, e stendendo le braccia innanzi a sè, come se cercasse indicar il cammino che avea dovuto seguire l'anima di suo padre,—sia benedetta la sua santa memoria… padre mio: ti avrei tanto amato!
Ed era sul punto di svenire.
Ma Roberto già le avea preso la bella testolina fra le braccia, già la inondava delle sue lacrime, e le ripeteva:
—Figlia mia, figlia mia! cara Diana…. Sono io tuo padre… sono io l'infelice Roberto Jannacone!
Stavano così abbracciati l'un l'altra e singhiozzavano insieme, allorchè a Roberto sembrò udir rumore dietro un paravento, e gli sembrò pure che il paravento si movesse. Subito gli venne l'idea di un'insidia, di un pericolo che minacciasse Diana. Vide muoversi il braccio d'un uomo, che cercava sostener il paravento.
Roberto corse là, atterrito, deliberato a sostenere una lotta.