—La legge, signore: la legge, che concede al marito un assoluto dominio su la moglie….
—Si tratta, dunque, di mia moglie?
—Sì, Eccellenza, di…. vostra…. moglie;—e Roberto proferì quel vostra con accento molto peculiare.
—E voi…. ch'io non conosco…. che non so chi siate…. che vedo per la prima volta, osate farmi una tale intimazione…. e pensate ch'io la subisca?… Osate venir a parlarmi in tal modo, della principessa…. di mia…. moglie—e insistè anch'egli su quel mia—e vi figurate che io lo tolleri?
—Eccellenza, io sono un padre amantissimo, e che il desiderio di render sua figlia felice, di restituirle la vita, può far capace di tutto.
—Ma non sarete mai capace d'incutermi terrore!—disse il principe di rimando e con un certo ostentato piglio d'insolenza.
—Signore, esauditemi…. io non son venuto qui a perdermi in parole o a far mostra della mia forza…. sono venuto a supplicarvi…. Pigliate in buona parte ciò ch'io dico…. non m'irritate…. sarà forse meglio per voi…. per tutti!
Il principe era travagliato da un'idea. Forse la figlia, che Roberto
Jannacone avea avuto da Enrica, come gli era stato riferito da
Cristina, e ch'essa avea affermato esser morta, viveva sempre.
Gl'importava appurarlo; ciò potea cambiare, da un istante all'altro, i
disegni che già rivolgeva per l'animo.
—E dov'è questa vostra figliuola?—domandò il principe.—Che nome ella porta? perchè io vi credo uomo, che abbia a sua disposizione varii nomi!
—Permettete, signore, che, almeno per adesso, non risponda…. alla vostra insolenza!