—Ho capito, ho capito….—Con la sua corruzione, con la sua perfidia già avea pensato una cosa orribile, e in un istante: darsi finalmente al Weill-Myot, contentar il suo orgoglio, soddisfare la sua passione: per possederla egli avrebbe certo tutto sagriticato: e per lui il darle un milione, e più, non era un sagrifizio. Accomiatò il giovane con uno de' suoi gesti imperiosi. Egli si accinse a voltare il suo cavallo, mentre le ripeteva:

—È oggi l'ultimo giorno: o pagare, o una rovina inevitabile…. Noi non possiamo trattener più i vostri creditori!

Ella tornò indietro pian piano, lasciando le briglie lente, e meditando. Poi si dette, a un tratto, a una corsa vertiginosa. Le premeva di tornare a casa, di cercare fra i suoi gioielli. Tornò: salì nella sua camera: aprì lo stipo: si accorse che gli astucci dei gioielli erano stati messi sossopra: vide che era stato frugato tra le sue carte: ritrovò la lettera di Cristina, che ella non credeva aver conservato, aperta, sopra un mucchio di altri fogli in un cassetto.

Si rammentava benissimo d'aver lasciato in casa una sera la chiave dello stipo, che portava sempre con sè: e che avea palpitato per la dimenticanza. In quella sera suo marito dovea essere entrato nella camera; si dovea esser accorto di tutto.

Ma chi gli avea fatto sospettare che i gioielli fossero falsi? Il De Carlo l'avesse tradita? Non le sembrava possibile. A che prò? Il destino dunque si sfogava contro di lei e le suscitava contro misteriosi delatori. Ricevette un gran plico. Lo aprì. Le sue arti erano riuscite a meraviglia. Il re la nominava a una carica onoraria di Corte: inebriando il Venosa, umiliando Diana, ella aveva trionfato: la sua bellezza, già l'assicurava di trionfar sempre, e di tutto. Si consolava un po' fra tante angustie: la sua vanità tornava a ingigantire. Si rivestì d'un abito nero, che modellava a perfezione le sue forme: prima di uscire di nuovo, si guardò allo specchio, e mormorò cinicamente, avventatamente:

—Facciamo anche questa!

Ella andava a vendersi al Weill-Myot, per un prezzo, che non le parea punto caro: oramai era fuori di sè, o quasi non sapea più ciò che operava: avea la coscienza offuscata, ottenebrata dagli strabocchevoli vizi, agitata dalla paura della condizione terribile in cui s'era ridotta. Il Weill-Myot l'avea stretta in buona rete.

Quel giorno il banchiere americano avea ricevuto due telegrammi da New-York, che gli assicuravano il buon esito di certe sue grosse speculazioni: egli guadagnava il 17 e il 19 per cento su un vistoso numero di azioni di nuove linee di strada ferrata: guadagnava seicentomila lire su un rialzo di fondi americani. Oh, se la principessa non l'avesse offeso, aizzato contro di lei in altri tempi, avrebbe potuto permettersi tutte le prodigalità, sicura che egli non avrebbe mai mancato col suo ingegno, con la sua potenza di farle trovar i mezzi per i suoi fastosi capricci.

La principessa arrivò alla Banca Weill-Myot e domandò dell'americano. Egli era ne' suoi appartamenti, facea colazione col celebre pittore spagnuolo Murcillo. Questo artista, allora ricercato in tutta Europa, giunto a una gloria, che pochi hanno eguagliato nel nostro tempo, avea un grande studio in Napoli, nel palazzo del Creso americano: uno studio sontuoso, composto di tre grandi sale, ch'egli stesso gli avea fatto addobbare con sfarzi orientali.

E il pittore stava eseguendo due quadri per il banchiere.