—Chi avrebbe scrupolo di mostrar ad un artista ciò che può dar ispirazione al suo ingegno, aumentare in lui l'idea della perfezione?…

—E poi la bellezza è passeggera…. l'anno, il giorno che corre, una malattia, possono sfiorarla, deteriorarla…. Un artista ha il potere di fissarla per sempre in una tela, nel marmo, nel bronzo, renderla immortale.

Vide un gesto della principessa; e pose su un cavalletto una gran tela.

Avea già in mano la tavolozza: tenea gli occhi fissi, estatici su la principessa, come se già scorgesse, o aspettasse di scorgere un'apparizione più che umana.

Ella guardava di sottecchi il Weill-Myot. Era per lui, che commetteva un tale ardimento.

Anche il banchiere avea gli occhi fissi su lei, ma i suoi sguardi non aveano la medesima espressione estatica di quelli del pittore. L'americano avea la febbre di vederla innanzi a sè, come si ammirano le statue, spoglia d'ogni indumento. Volea scrutare tutte le forme di lei: dirsi se avea desiderato veramente una donna nella sua struttura perfetta, e compiacersi nell'orgoglio di averla disprezzata.

Enrica era corsa dietro un magnifico paravento giapponese. I due udivano un fruscio di vesti.

Una mano frettolosa scioglieva nastri, strappava ciò che le era d'ostacolo.

Il pittore palpitava d'entusiasmo, poichè avea già indovinato la meravigliosa bellezza della principessa: il Weill-Myot era, per così dire, rovente di concupiscenza, e godeva nella coscienza della sua fierezza, nel pensiero della umiliazione a cui costei sarebbe fra poco discesa. Ella in quel mentre non pensava punto ad umiliarsi: la eccitavano due sentimenti: un sentimento di vaga poesia, che la consigliava a soddisfare l'artista, e la bramosia di veder riprodotti i suoi tratti, d'esser testimone dell'ammirazione, che avrebbero eccitato, dipinti maestrevolmente da un artista sì famoso. Poi, ripetiamo, la conquista del Weill-Myot, benchè tentata con tal mezzo, dovea provarle che, mercè la sua bellezza, ella poteva uscire facilmente da' passi più scabrosi.

—Oh, figuratevi,—diceva lo spagnuolo al Weill-Myot e la voce gli tremava,—se Tiziano non avesse trovato una vera patrizia, una gran dama, di forme sì squisite, che stesse dinanzi a lui perchè egli delineasse, colorisse quel quadro, cui danno il nome di Venere! Di rado un pennello di pittore ha reso con toni sì caldi e sì veri, la vita ch'è nel corpo umano, la vita dei pori, dei tessuti…. Non ostante certi lievi difetti, visibili solo a chi ha fatto dell'arte lo studio di tutta la vita, par che quel corpo si muova…. Tiziano avea goduto lo spettacolo della suprema bellezza poderosa, armonica, come è quella della principessa….