Già una gonna bianca, tutta trine, bene insaldata, era caduta fuori del paravento. Il bel fianco robusto vi avea lasciato il suo rilevato contorno.

A un tratto, la principessa uscì dal suo nascondiglio, seria, con un passo di Dea, e andò a porsi sopra una pedana, assai alta, e coperta di raso rosso.

I due uomini gettarono ciascuno una esclamazione.

Quella dell'artista dinotava un imparadisamento, una gioia fina, alta, estetica di tutto il suo essere: quella del Weill-Myot, un'ammirazione feroce e che si era espressa come un ruggito; era lo svegliarsi di tutti gl'istinti più brutali, che avviliscono l'uomo.

La bellezza luminosa, chè tale pareva, della principessa, sembrava irradiasse la stanza.

Il pittore non batteva palpebra: gettava linee: intrideva colori.
Volle, a un certo istante, inginocchiarsele innanzi.

—È la prima volta ch'io vedo, e che adoro la vera bellezza umana…. Comprendo ora meglio gli antichi e i loro capolavori…. La bellezza armonica, perfetta, dovea essere, in un tempo, men rara!—Ritraeva con foga tutti i contorni robusti, e insieme fini, di quel corpo fiorente, in su la tela. Lo meravigliavano certe proporzioni. Il seno così ricolmo, così vigoroso, così in avanti, avrebbe deformato, reso volgare un altro corpo.

Stava benissimo in quel corpo sì maestoso, sì scultorio, di linee sì forti e pur sì schiette, I due be' dischi d'avorio si ergeano con tal forza lor propria e tal ardimento, a così dire, di natura, che il pittore non avrebbe mai osato adeguar tali linee, prima di aver l'idea d'un corpo sì ammirevole. Lo stupiva la sovrana bellezza della gamba, pur sì massiccia tra il fianco e il ginocchio, come si vede in certe grandi statue antiche, persino sotto i panneggiamenti. Era un delirio di bellezza, secondo la frase, che tra sè formava il pittore. Le linee convergevano sì armoniche, il colorito della pelle, tra roseo e bianco era sì vivo, sì venuste le fossette qua e là, sì azzurre le vene, tra la carne copiosa, polita come l'agata, d'un biancore marmoreo. Ella gioiva della follìa d'ammirazione a cui vedea in preda que' due uomini, in ispecie l'artista: nè l'uno, nè l'altro, benchè ricercatori della bellezza, aveano mai visto modello che, pur da lontano, l'agguagliasse. Si compiaceva, provocante, lasciva, in un'ebbrezza che ormai l'avvicinava al delirio, di quell'atto, come una sfida a' pregiudizii, come di una tortura inflitta a que' due uomini, spasimanti, ma che non osavano, per rispetto umano, e per quella specie di terrore che ispira la grande, assoluta bellezza, avvicinarsele.

La assoluta bellezza assomiglia a un prodigio, e, come ogni prodigio, ha una subita virtù di gettare nell'animo ammirato un certo terrore; sentimento che soltanto alcuni fortunati hanno provato: che è profondo, ma non è naturale, durevole.

Il pittore lavorava, lavorava, già avea fissato su la tela tutte le linee principali. Avea qua e là colorito con la prestezza di un uomo di gusto, avvalorato da una foga impetuosa, irresistibile.