Si alzò, a un tratto, come di scatto: ma sembrava pensoso, assorto, fuori di sè. Toccò con ambedue le mani la principessa, affinchè ella mutasse di un poco il suo atteggiarsi. Essa sentì che le mani di lui erano fredde come il ghiaccio. Egli era atterrito da quella superba, smagliante, potentissima bellezza; si sentiva in estasi, come se si fosse trovato di repente fra gli astanti d'un improvviso prodigio naturale. Volle veder il dorso nella robustezza, nella risentita fierezza delle linee; a spiegarci, in una certa solida ampiezza, nella gagliardezza e soavità delle seduzioni, sopravanzava le più stupende fra le statue antiche. Alla fine si vide un quadro; un quadro mezzo abbozzato, ma che avea già un'impronta di nuovo, di originale; un quadro, che già, a guardarlo, facea pensare e palpitare.
Più in là altri segni, altre forme; gli appunti di un pittore; e tutti presi su la venustà di Enrica, in altro senso. Ma il primo quadro, con pochi tocchi, e pochi segni di colore, avea già del meraviglioso.
—Come intitolerete questo quadro?—domandò la principessa.
Il pittore esitò un poco: egli già avea nella mente il suo quadro compiuto; già lo scorgeva in tutti i suoi effetti e si esaltava; quello dovea essere il capolavoro de' suoi capolavori. Lo avrebbe mandato al prossimo salon di Parigi. La Francia intelligente, appassionata, egli n'era sicuro, sarebbe, attratta anche dal suo nome, passata tutta innanzi a tal quadro; avrebbe pensato, sospirato, palpitato innanzi ad esso. Allora la scuola naturalista era nel suo primo sboccio. Egli volea esser classico e naturalista insieme, e qualche cosa di più, come possono gli uomini di genio, che san percorrere i tempi. La bellezza della principessa, sì pura, sì grandiosa, e tanto singolare, era stato il vero alimento, di cui ancor bisognava la sua ispirazione.
—Come intitolerò il mio quadro?—egli domandò, poichè non rispondeva, ma interrogava sè stesso quasi avesse udito una voce nel mezzo di un sogno, tanto tutte le sue facoltà erano eccitate, tanto la sua commovibilità era esasperata. Parve star sopra pensiero un istante; affissò gli occhi di nuovo su la principessa: e pensò, esprimendo con le parole il pensier suo:—Intitolerò il mio quadro: "La Donna Nuda." Sarà la prima battaglia che dà la scuola realista, in mezzo a' pittori accademici…. I pochi realisti, che ora sono di là dall'Alpi,—pensava il Murcillo,—non valgono me: e poi non hanno veduto questa donna!
Accomodati i quadri nudi, postili in luogo sicuro, il pittore uscì: sentiva bisogno di aria: le sue tempia battevano, il sangue gli rifluiva al cuore: vedea la principessa come circonfusa da un nimbo di luce. Con le ultime linee tracciate su la tela, sembravano in lui ammorzati gli entusiasmi dell'artista: si riaccendevano gl'istinti dell'uomo. Temeva di apparire ridicolo innanzi al Weill-Myot, alla principessa. Non potea dimenticare ciò che avea veduto. Il Murcillo fece un cenno al Weill-Myot nell'uscire: voleva dire, tornerò fra un istante. Era uomo bizzarrissimo. Salì su la terrazza del palazzo: si mise a guardare i bellissimi orizzonti di Napoli: il mare, il Vulcano, le amene campagne: e subito il suo animo fu in quiete. Tanto splendore di bellezze volgeva i moti dell'animo suo tutti a una meta sublime. Egli era nato per l'ideale: la contemplazione del bello lo purificava sempre: la principessa, col suo sguaiato sorriso, con la voluttà che le sfavillava dagli occhi, lo aveva un istante affattucchierato.
Quando Io spagnuolo fu uscito, la principessa era già tornata dietro al paravento. L'ebbrezza in lei si dissipava a poco a poco. Ricopriva le sue belle forme, e l'agitava un pensiero maligno: la tentazione, che stava per esercitare sul Weill-Myot: non preparava una scena di seduzione, poichè gli sembrava inutile. Il Weill-Myot non avrebbe mai potuto resisterle. Il banchiere non toglieva lo sguardo dal paravento. A un tratto la principessa fece capolino: la sua testa di baccante si sporgea verso il Weill-Myot. I loro sguardi s'incontrarono: quelli di lei infiammati, tutti ardore, quelli di lui freddi, implacabili. Ella si fece innanzi: non già sì baldanzosa, come d'usato. Le entrava in cuore subitamente la consapevolezza del molto, o del troppo, che avea osato. Ma oramai non poteva ritrarsi. Tutto, la sua stessa disperazione, la spingeva a andar innanzi. Uscì, mezzo vestita, dal nascondiglio. Erano tuttora scoperte le sue braccia, scoperto quasi il seno palpitante. Si avvicinò al Weill-Myot. Egli era impassibile. Avea goduto della sua vista; non volea di più; l'umiliarla, il vendicarsi era, cioè, per lui il massimo piacere in quel momento. Si trovavano in faccia e a poca distanza l'uno dall'altro.
—Ho bisogno di voi,—disse la principessa, guardando di sotto in su.
—In che posso servirvi?—domandò con scherno mal velato l'americano.
—In che cosa potete servirmi? Ma non vedete che in questo istante,—ella replicò con l'abilità d'una astuta cortigiana,—voi siete il mio arbitro? Tocca a voi il far ciò che volete.