—È pazza! è pazza!—ripeteva fra sè: e così spiegava la stranezza, che vi era stata nella condotta di lei.

Enrica era uscita, tenendo stretta in una mano la fialettina, offertale dal Weill-Myot. Gettatasi nella sua carrozza, dette ordine al cocchiere tornasse al palazzo. Per via incontrò Cristina, che facea cenni al cocchiere. Costui fermò i cavalli. Cristina si avvicinò alla portiera della carrozza. La principessa tirò giù il vetro e si sporse verso di lei per ascoltarla.

—Vostro marito—mormorò Cristina—sa tutto: sa che voi avevate sposato Roberto, che ne aveste una figliuola….

—Chi glielo ha detto?

—Gli ho venduto io il vostro segreto!

Enrica udì quelle parole come in un sogno. Le detter nel cuore soltanto pochi istanti dopo che Cristina l'ebbe pronunziate: quasi ne riudisse un'eco maligna. Cercò Cristina: essa si era dileguata. Non le mancava altro colpo: nulla in brevi ore le era stato risparmiato.

—A casa!—disse di nuovo al cocchiere con un tal tuono di voce ch'egli si domandò:

—Ma che può avere?… O sta per divenir pazza, o è malata!

Il cocchiere era poco rispettoso, ma imbroccava nel segno. Enrica era già pazza e malata. Salì in fretta le scale del palazzo, passò accanto ai servitori come un turbine, senza rispondere ai loro saluti: e entrò nelle sue stanze.

Sentì stringersele il cuore nel traversar que' salotti ove avea ricevuto tante adorazioni, ove avea sentito mormorare attorno a sè tante dichiarazioni d'amore, ove avea ricevuto tanti fiori, tanti omaggi. Erano tutti adorni di ricordi della sua vita: qua e là un oggetto brillava, mandava faville a' raggi del sole; le sembrava che ella rivedesse quelle mura, quei mobili, tutti que' ricordi per l'ultima volta. Gettò sopra un sofà il suo cappello, i suoi guanti: e sedette a una piccola scrivania di ebano: i gomiti su la scrivania, le mani su le guancie, gli occhi immoti, guardando dinanzi a sè, ma senza veder nulla…. Volea raccogliere, con uno sforzo supremo, il pensiero che fuggiva dalla sua mente; volea scrivere una lettera. Un servitore bussava alla porta del salotto attiguo a quello in cui ella si trovava.