Enrica, mentre la mattina era nella serra, avea ricevuto una lettera, gettata nel grembo di lei da un fanciullo, che s'era poi dato a correre come un capriolo.

Sulle prime Enrica fu tentata di buttar via quella lettera senza aprirla: ma un forte presentimento la vinse.

La lettera era di Roberto Jannacone; egli le annunziava il suo ritorno; le dava convegno nel luogo più inaccesso del parco.

In quel luogo eravi un altissimo precipizio formato da due pareti rocciose, o in fondo di esse gorgogliava il mare.

Era stato gettato un ponte da una parete all'altra; un piccolo ponte di ferro leggero con bassa spalliera.

Molti e molti, a non dir presso che tutti, aveano paura di passar da quel ponte e preferivano di pigliar i viottoli più lunghi per arrivar dove voleano, anzi che andar da un luogo sul quale v'erano tante superstizioni.

Come luogo di convegno era scelto benissimo; nessuno avrebbe disturbato i due nel loro colloquio.

A Enrica, nel legger quella lettera, che conteneva espressioni di tanto amore, ed era nel tempo stesso sì imperiosa, avvampò il volto di sdegno.

Costui la credea proprio cosa sua; non nutriva ormai il menomo dubbio su' suoi diritti.

Ciò irritava la superbia di lei.