—Mi resta poco da vivere, Roberto,—incominciò, dissimulando, Enrica.—Io non posso più esser la moglie d'alcuno: sono gravemente ammalata. Mi ami tu?
—E me lo domandi? non v'è amore più forte, più tenero, più appassionato del mio. In tutti questi mesi non ho cessato di pensare a te un solo istante: il mio cuore ha sempre palpitato a' ricordi della nostra affezione.
—E bene: io ti domando una gran prova di amore.
—E io sarò felice di dartela, io che non voglio ormai più separarmi da te, o che spero ottenere tu mi segua ne' miei viaggi…. Fra poco io sarò ricco, già sono stimato, e ho un grado di cui ognuno può tenersi onorato…. Non sono più soltanto il misero figliuolo d'un contadino del duca…. Ma hai parlato al duca, a tuo padre, del nostro matrimonio?
Enrica si mordeva le labbra.
—Ho detto che aspetto da te una gran prova d'amore.
—Potevi rispondermi se hai parlato al duca del nostro matrimonio…. Tu comprendi la mia impazienza…. Quanto a darti prove d'amore, allorchè tu sii mia moglie in faccia al mondo, tu sai già non ve n'ha alcuna che mi potesse sembrar troppo grande…. Hai parlato, dunque, a tuo padre?
—Mio padre è tornato soltanto ieri….
—E tu avresti già dovuto parlargliene.
Enrica tremava, non sappiamo se di rabbia, di commozione, di sofferenza.