Egli lasciò fare: non oppose resistenza di sorta. Enrica lo vide allontanarsi, e un'espressione di trionfo illuminava la sua ammaliante fisonomia.
Un dubbio la crucciava.
Se Roberto parlasse del loro matrimonio, durante il processo? Se ella dovesse comparire in pubblico a giustificarsi?
Ma Roberto era generosissimo; e poi egli era annientato, sbigottito dall'atto di lei, dal sangue freddo con cui ella lo avea compiuto.
Il suo amore, la sua passione eran rimasti troncati in un attimo: essa non gl'ispirava più nè affetto, nè odio, nè disgusto, nè desiderio di rappresaglie: gli sembrava fosse morta la giovane da lui amata e che fosse sorto un mostro dalla sua spoglia. Sulle prime, non si rese conto della condizione in cui egli era piombato. Poi, a poco a poco, si svegliò in lui la coscienza della miseria, dell'abiezione, dell'immenso cordoglio a cui l'aveano spinto.
Gli era stato tolto il suo grado. Chi e che era egli nel mondo e pel mondo? Un assassino, un omicida, che aspettava la sua condanna—e quale condanna?—dovea esser certo di morte.
Non v'era caso che trionfasse la sua innocenza: gli pareva ben arduo.
E il suo vecchio padre?
Vi pensava, smaniando. Avea saputo che s'era presentato alle carceri, ma non gli era stato concesso di vederlo.
Roberto entrava nella convinzione che la morte del conto di Squirace sarebbe stata vendicata col supplizio di due uomini: quello a cui i giudici l'avrebbero condannato e quello, tutto morale, che suo padre avrebbe risentito e che lo avrebbe, in breve, trascinato alla tomba.