Ma la porta era stata aperta e rinchiusa dal principe, ch'era uscito per andar a conferire col suo maggiordomo circa la nuova disposizione degli appartamenti, a cui cercava un pretesto.

Enrica, rimasta sola, si gettò sul sofà, la testa sprofondata in uno dei morbidi cuscini, e pianse. Non aveva mai pianto lacrime sì vere e sì abbondanti. Il cuore le diceva che quel distacco dal principe le sarebbe fatale: che lasciata padrona di sè avrebbe scivolato chi sa in quali abissi: e poi, ora che il principe l'abbandonava, essa, volubile, bizzarrissima, s'accendeva d'una folle passione per lui.

Morto il padre, abbandonata dal principe, si sentiva sola nel mondo: sola, se non co' suoi rimorsi, co' pensieri non lieti delle cose malvagie da lei poste in atto.

Col tempo, il ricordo di Roberto ch'ella credeva aver cancellato per sempre dal cuore, vi si ravvivava.

Provava spesso una inquietudine, una smania inesplicabili: non pigliava sonno, non trovava in nulla diletto: avea da opporre a tutto, da censurar tutto, profanava ciò ch'è più sacro, bruttava ciò ch'è più bello: la vita amarissima di chi ha trasgredito le grandi leggi morali, inviolabili della coscienza.

S'era fitta in capo un'idea sin da quella memorabil mattina: riconquistar la grazia del principe.

E, nel corso di anni, vi era riuscita. Il principe ormai la trattava con benevolenza paterna: con una affabilità indulgente e un po' motteggiatrice.

S'era formata fra loro come una certa tregua: vivevano abbastanza in pace: la principessa, tutta intesa al riconquistare; il principe sempre attento, perchè temeva d'insidie, e per provvedere, senza por tempo in mezzo, nel caso di pericoli.

In tale condizione noi li abbiamo trovati, insieme col nostro lettore, una mattina seduti a un tavolino, prendendo il tè, nel salotto della principessa.

Qual differenza tra questa mattina e l'altra da noi dianzi descritta! Allora il principe amava, stimava a bastanza la moglie: or non avea più per lei nè affetto, nè fiducia.