La duchessa avea avuto nella sua famiglia due parenti malvisi al governo dispotico per la generosità dei loro sentimenti di patrioti: e, benchè dama della Regina, non sdegnava che si discutessero al suo cospetto certe idee: anzi, del suo grado si era valsa più volte a mitigare le persecuzioni contro alcuni.

L'idea che si discuteva spesso tra' più fidi, nelle conversazioni della duchessa, era quella di un'Italia unita, o sotto un re, o a repubblica: e c'era perfino fra quei gentiluomini, e fra' non meno sapienti, chi vagheggiava una gran repubblica federale.

Il principe partecipava sempre a que' colloqui.

Una sera il gruppo degli amici della duchessa, formato da una ventina degli uomini più geniali di Napoli, era quasi tutto riunito nel salotto di lei.

Il discorso era caduto sui soliti argomenti.

—Noi abbiamo un torto,—disse uno fra loro, uno tra' più gran signori napoletani,—quello di tenerci troppo in disparte…. Perchè non cerchiamo d'aver mano negli affari del nostro paese?… Noi tutti ci sentiamo italiani e vogliamo che il concetto della nazione unita, forte, agguerrita contro tutti i suoi nemici, trionfi…. Credete che non si possa servire alla nostra causa, negli uffici della Corte, nelle alte cariche del Governo, nella diplomazia, quanto negli esilii e nelle prigioni?… I nostri cari martiri debbono esserci veneratissimi: dobbiamo ripensar sempre a coloro che soffrono per ciò che noi vogliamo: questo servirà sempre a temprarci il carattere…. ma, se noi non abbiamo la virtù d'incontrar il martirio, abbiamo almeno l'avvedutezza di operare secondo le nostre forze…. Non gioveremo meno….

Concordarono dunque di operare.

La duchessa li incoraggiava col suo dolcissimo sorriso.

Si spartirono gli uffici che aveano a cercar d'occupare.

Il principe affermò che sarebbe tornato di buon animo alla diplomazia.