Egli si accingeva a un'opera molto ardua: compiere una missione liberale, nella qualità di rappresentante di un despota, e d'uno di que' despoti che, nel nostro secolo, un uomo illustre per ingegno e scienza di Stato chiamò: negazione di Dio!
Il principe era venuto a dar alla moglie l'annunzio della sua vicina partenza, a darle le sue istruzioni, contenute in poche e fredde parole.
La principessa non riuscì del tutto a nasconder la sua gioia.
Essa veramente aspirava a avere alla Corte un posto più ragguardevole, una maggior considerazione; glielo assicurava ora il suo grado d'ambasciatrice. Le piaceva mostrarsi vicina al Re: tendeva a impadronirsi del cuore di lui, e si vedrà quanto ciò dovea costarle. Nel parlare col principe, già s'inebriava della sua appagata ambizione. Nè al principe sfuggiva l'esaltamento di lei. Egli le avea ripetuto le istruzioni datele qualche anno innanzi, allorchè, appunto a causa del suo ritorno nella diplomazia, era sorto fra loro sì vivo dissapore.
Ma il colloquio tra marito e moglie, che procedeva affabile, in forma molto cortese, tutti e due ritenendo ciascuno in sè la parte più viva de' loro sentimenti, fu interrotto.
Un servo bussava alla porta.
—Entrate!—disse la principessa.
Il servo annunzio che una donna domandava di S. E. la principessa.
Enrica subito impallidì.
—Fatela passare nella sala dove ricevo,—rispose la principessa molto turbata.