La principessa, senza neppur guardarla, poichè, al solo annunzio e alla fisonomia del servitore, avea indovinato chi era, gettando l'albo lontano da sè, in modo che infranse una graziosa statuetta di Sassonia, cominciò ad inveire in tuono di voce sommesso, ma terribile:

—Da quando sei arrivata a Napoli?… Ti avevo detto di non metter mai più qui il piede…. Non sono venuta io in tutti i tuguri, in tutte le straducole ove t'è piaciuto darmi appuntamenti?

—Mi era impossibile d'aspettare, però son venuta a vedervi…. Un tempo non eravate così sdegnosa verso di me…. Ora mi scaccereste volentieri…. se poteste: un tempo non sapevate stare senza di me. A chi avete confidato tutti i vostri segreti? E chi ve li ha custoditi con più gelosia?… Riflettete bene: quanto siete ingrata!

E la donna sedette con molta familiarità su una poltrona di raso, color crema. E la stoffa nitida, splendidissima, facea singolar contrasto con quella sì misera e frusta dell'abito di lei.

In questa donna, che parlava con tal burbanza alla principessa, il lettore avrà facilmente riconosciuto Cristina Braco.

Enrica avea creduto operar con avvedutezza, licenziandola dal suo servizio non sì tosto furon fissate le nozze fra il principe Gorreso di Caprenne e lei. Le dette una ragguardevolissima somma, e le raccomandò di nuovo la bambina, ch'ella credeva avesse sempre in custodia.

Per un pezzo, Enrica non vide più Cristina: un giorno la incontrò di nuovo nel parco di Mondrone.

—Che fai tu qui?—le domandò altezzosa la principessa.

—Sono al servizio dell'abate Perricone,—rispose l'altra con protervia.

L'abate Perricone era il prete che officiava nella cappella del parco, e che reggea la parrocchia di Mondrone con virtù esemplare.