Cristina avea facilmente acquistato molto dominio sull'animo del vecchio, quasi decrepito sacerdote, staccato da ogni interesse mondano: lieto che altri, di volontà risoluta, assumesse per lui tutte le cure materiali della sua casa.
Un altro motivo avea spinto Cristina a tornare in que' dintorni: il desiderio di star vicino al bel guardacaccia ch'ella amava sempre, con tarda, ma pur ostinata e infuocata passione.
Cristina sfaccendava, comandava, disponeva tutto a suo talento nel presbitero. Un giorno d'estate, nel pomeriggio, per distrarsi dal gran caldo che l'opprimeva, era salita nell'archivio della parrocchia, una stanzetta che dava in una corticella quasi scura, e sempre riparata dal sole.
S'era messa a spolverar le filze di carte, poi a leggiucchiare qua e là certi documenti: battesimi, matrimoni, atti di morte di persone da lei conosciute.
A un tratto il suo volto s'illuminò di un sorriso sinistro; torse la sua larga bocca, dalle labbra pendenti, ad un ghigno: avea letto i nomi di Enrica e di Roberto…. la ragguagliata dichiarazione del loro matrimonio.
Ah, essi gliene aveano fatto un mistero!
E Cristina rimise al posto la filza, sicura che avrebbe sempre potuto prendere quel documento, allorchè le fosse occorso.
Pensò poi aggiungerne un altro che sarebbe stato prezioso: l'atto di nascita della bambina, appartenente a Enrica e a Roberto.
Una sera, dopo che il vecchio prete ebbe finito la sua parca cena, gettò un'occhiata su Cristina, cosa che facea ben di vado.
Gli parve un po' turbata, e si accorse che cercava ogni pretesto, raccogliendo or un oggetto, or un altro, sulla tavola per non allontanarsi da lui.