Tacque della fine che avea fatto la bambina: aggiungendo, con arte, che a lei era stato tolto di poter investigare ciò che ne fosse avvenuto.

Il parroco la racconsolò; ella non avea fatto ciò per lucro….

—Questo no, davvero!…—interrompeva Cristina.

Era stata spinta a operar in quel modo dalla volontà de' suoi padroni; essi ne sarebbero dinanzi a Dio mallevadori…. La sincerità del pentimento che vedea in lei essergli garanzia che il cielo già le avea perdonato….

Poi Cristina si accorse che il prete, com'ella aveva voluto, stendeva dichiarazione della nascita della bambina, notando il giorno e l'ora, e affermandola nata dalla duchessa Enrica, e da Roberto Jannacone.

Il prete avea gran soggezione d'Enrica e ricavava da lei vistoso utile, in proporzione de' suoi desiderii: però ammonì Cristina di tener in sè ormai questo segreto: di non ne far motto sin che vivesse. Nella divulgazione dello scandalo sarebbe stato il massimo peccato.

E il vecchio sacerdote si assorse in preghiera, nel riflettere a' guai del mondo, a' castighi, che, presto o tardi, trae con sè la sfrenatezza delle passioni.

Pensava a Roberto, in fondo a un durissimo carcere; a Enrica, tutt'altro che felice, poichè egli le leggeva bene nell'animo, e immaginava i tormenti a cui dovea essere in preda pel timore che qualche cosa del suo passato trapelasse.

Roberto era morto civilmente per la sua condanna a vita, ed egli pensava che la duchessa, giovanissima, avesse avuto bene il diritto di contrarre un regolare matrimonio.

Del resto l'abate si rimetteva a ciò che avean fatto i suoi predecessori.