Gabriele D'Annunzio.
Certo per voi, signorine, il D'Annunzio non è che l'ami des vos amis. Voi non potete conoscere il D'Annunzio che per averne udito parlare dai vostri fratelli e dalle vostre mamme (i babbi hanno quasi sempre troppo da fare per confondersi con le Muse); tutt'al più qualche sorellina, sposa e mamma, avrà avuto la compiacenza di trascrivere per le più studiose di voi qualche rima di questo Apollo luminoso. Oggi faccio io la parte di sorella maggiore, ma non mi ringraziate troppo: vi assicuro che l'egoismo entra almeno per tre quarti nella mia amabilità. Il D'Annunzio è il mio idolo, e la lirica D'Annunziana ha sempre esercitato su me un fascino che somiglia [pg!176] alla magìa. Potrei leggere cinquanta volte quei versi, la cinquantesima mi trovo più entusiasta della prima. Immaginate dunque se mi faccio pregare ad abbarbagliarvi un pochino con il saettìo tentatore dei brillanti che posseggo! Verrà il giorno che li avrete anche voi. Ma per ora contentatevi dei miei: i diamanti, si sa, non sono per le signorine.
Gabriele D'Annunzio è l'artista squisito della parola. Il Gautier solo può essergli paragonato. La lingua maneggiata da loro acquista un pregio così alto e maraviglioso e impreveduto che ci dà lo stesso stupore di quei gran templi del Giappone fasciati d'oro fino o di quelle lussureggianti foreste tropicali piene di strani uccelli e di fantastica vegetazione. L'oro fino lo conosciamo anche noi, ma noi lo economizziamo per i gioielli; e le piante esotiche e gli uccelli dai vivi colori adornano la nostra casa, ma come una rarità. Eppure tutto fiorisce e sorride negli stessi elementi, sullo stesso pianeta! E quel terreno ch'è più ricco del nostro, quegli uomini che sono più avventurati di noi!... Il D'Annunzio profonde i suoi tesori di gemme, di profumi, di tinte con un fasto asiatico e con una raffinatezza parigina. Sfoglia a migliaia le rose, per dormirvi su, da sapiente Sibarita; e ogni secolo, ogni plaga, ogni arte gli dona l'essenza migliore di sè per deliziare i suoi sogni. Un aroma antico e prezioso ci viene così dalle sue carte, un misto di sacro e di profano come quei bei cuscini che le dame eleganti tagliano in una vecchia pianeta e profumano di viola e di mughetto. Ma guai agli imitatori! Il D'Annunzio non è imitabile, e i suoi seguaci sono come i petrarchisti, odiosi.
Intanto io mi dilungo troppo... perdonate. Bastava [pg!177] mettersi un dito alla bocca e dir come Panthea: List! spirits speak! — Zitto, parlano gli spiriti! — Noi, ascoltiamo:
SONETTO D'APRILE
Aprile, il giovinetto uccellatore,
a cui nitido il fiore
delle chiome pe' belli omeri cade,
ne 'l cavo de la man, come un pastore,
in su le prime aurore
ha bevuto le gelide rugiade.
Aprile, il giovinetto trovadore,
su le canne sonore
dice l'augurio a le nascenti biade;
i solchi irrigui fuman ne 'l tepore,
un non so che tremore
le verdi cime de la messe invade.
Ecco la bella! Ecco Isotta la bionda!
China, de la sua porta a 'l limitare,
ella stringe il calzare
a' piè che sanno i boschi. E il dì la inonda:
toccan la terra, a l'atto de 'l piegare,
i suoi capelli, in copia d'or profonda.
Oh, la faccia gioconda
che a pena da quel dolce oro traspare!
Ed ecco che io ripenso ancora una volta le rustiche e ridenti capanne delle fate dei boschi, di Violacciocche, di Smeraldina, le capanne di legno dalle finestrette inghirlandate di caprifoglio, dove i principi splendidi e mesti si riposano e si consolano di non aver raggiunto alla caccia le belle cerve bianche dalle corna d'oro. E proprio in qualche creazione D'Annunziana la natura che vi si riflette è quella ignota e romita delle fiabe e dei sogni.
[pg!178] Sentite questo strano Rondò in cui il giro dei versi e la continua assonanza delle rime fa davvero un ronzìo lievissimo:
Com'api armoniose
uscenti a 'l novo sole
per le felici aiuole
de' gigli e delle rose,
queste che Amor compose
delicate parole,
com'api armoniose
uscenti a 'l novo sole
su le chiome odorose
che Amor cingere suole
di sogni e di viole
spirino dolci cose,
com'api armoniose.
Ecco dalle «Rurali» una florida e imponente bellezza: