Egli il silenzio vuol d'una Certosa
Antica da le arcate bisantine
Dove, monaco austero e in bianco crine,
Calmo finir la vita tempestosa,
Ella, del par fantastica e pietosa,
Giura che stanca di monili e trine,
In umili n'andrà vesti turchine,
Mite suora a chi soffre, a Gesù sposa.
Ei sogna i vecchi testi del trecento
Su cui vegliar le notti; ella s'infinge
A 'l capezzale ove il morente geme.
Sorridon tutti e due... Dopo un momento
L'un dice all'altro, mentre a sè lo stringe
Senti, amor mio, se si vivesse insieme?
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CONFIDENZE.
A l'ombra delle zàgare egli è nato
La giù, la giù de 'l nostro suolo in fondo
Da un alito cocente accarezzato,
Carezzato da 'l mar terso e profondo.
Poeta strano, forte, innamorato,
Due sole cose gli son care a 'l mondo,
Gli son care ne i sogni: il venerato
Materno capo ed il mio capo biondo.
Senti, se vuoi saper come avvenìa
Ch'ei restasse di me sire e padrone:
È un bozzetto che sà d'Andalusia.
Era di maggio un dì sull'imbrunire,
Ei mi gittò una rosa entro il balcone,
Io la raccolsi, e mi sentii morire.
Leggete ora questi frammenti della Casa dell'ava, che è troppo lunga per essere interamente trascritta; vi basteranno, credo, per indovinare che la Contessa Lara da esperta ricamatrice conosce tutta la delicatezza delle vecchie tinte; quelle vecchie tinte che Bourget e Loti adorano nella lor gentile e calma nostalgia del passato:
LA CASA DELL'AVA
Ne l'ostel solitario
In cui la vecchierella ava serena
Passa il tramonto de 'l suo tardo giorno,
De 'l buon tempo che sparve
Parla ogni cosa intorno.
Fra le sconnesse pietre
Del cortile s'abbarbica l'ortica
Parassita: de gli alti suoi gradini
Su 'l piedistallo, il pozzo
Sorge ne 'l centro ov'ascende a fatica
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Una ricurva fante,
E vi cala la brocca che scancella,
Ne l'ima onda percossa,
L'imagine de 'l suo grinzo sembiante.
Ne 'l salone dorato,
Da i centenari specchi
Cadde l'argenteo strato, e ancor su i vecchi
Arazzi de la Fiandra,
A le pareti accanto
Danzan pastori e ninfe
Ne i tarlati boschetti,
E scendon benedetti i raggi estivi
Che a quegli occhi sbiaditi,
Qual per magico incanto
Rendon fulgidi e vivi
I raggi de gli amori impalliditi.
In un angolo oscuro
Una spinetta dorme,
E quando tutto tace ivi s'ascolta
Come un sospiro; è il vento
Che tra le corde freme?
O l'eco de le note che una volta
Con le melodi semplici
Di Pergolese, l'ava
Da lo snello strumento
Fanciulla ancor, destava?
Schiudetevi, cassette
Odorose de i mobili intarsiati,
Piene di fogli e nastri,
Di trapunti, di seriche borsette
D'ambra e zàgara, e veli scolorati.
È un'ora di memorie, ed in quest'ora
Per voi da un morto secolo
Un alito di vita esala ancora.
. . . . . . . . . . . .
E poichè ho detto il nome di quell'impareggiabile Pierre Loti, mi vengono in mente questi altri [pg!226] versi che qualche sua leggiadra japonerie deve aver suggerito alla Contessa Lara.
Il metro è quello dell'uta giapponese, l'arte, il colore, la grazia, sommi:
CONVERSAZIONE.
A una tavola in torno
Giocan tre donne,
Di fiori il capo adorno,
Ricche le gonne:
Fosco tramonta il giorno.
Una dice (un'anziana
Con grinzo il cuore):
— L'amore è cosa vana:
Passa l'amore
Come nube lontana.
Dice un'altra (una sposa
Fresca e ridente):
— È l'amore una rosa
Che sboccia aulente
Nell'anima festosa.
E l'ultima (una frale
Fanciulla, un fiore),
Dice; — Fu strazio eguale
Per me, l'amore,
A un colpo di pugnale.
Assorbono, fumando,
Tutte il thè verde:
E un gran sospiro a quando
A quando sperde
L'aura leggiera, errando.