E con questo fior di loto pòrto da una gemmata mano di dama vi lascio, signorine. Troppe visioni d'Oriente mi s'affollano alla fantasia, m'ipnotizzano. Purchè questo noioso cosmopolitismo dilagante non me lo cancelli, il mio Giappone!
[pg!227]
[Piccolo intermezzo in prosa.]
«L'âme d'une jeune-fille ne doit pas être laissée obscure: plus tard il s'y fait des mirages trop brusques ou trop vifs comme dans une chambre noire».
Victor Hugo
[IX.]
Mario Rapisardi.
In Sicilia e precisamente sull'Etna c'è, pretendono, un castagno detto dei cento cavalli per le sue proporzioni colossali di tronco e di frasche. Questo ricordo vago del bel tempo in cui studiavo geografia mi è balenato fra un verso e l'altro del «Giobbe» di Rapisardi, il poeta cresciuto come quella sua pianta alle falde del Mongibello; nutrito come lei di fiamma e di sole. Ma qui l'aria, il suolo scottano. Come faremo mie gentili compagne?... L'albero è un fronzuto gigante, sì; forse troveremo in qualche punto un po' di refrigerio.
Mario Rapisardi ha scritto anche dei versi lirici ma io preferisco darvi solamente qualche frammento di un suo poema, prima come opera di maggior entità, poi perchè rende meglio, mi pare, il michelangiolesco stile dell'autore. Un poema italiano moderno che non faccia ridere è una cosa tanto rara che bisogna proprio che lo conosciate anche imperfettamente.
Dunque il «Giobbe» secondo avverte l'autore, non è che l'ultima parte d'un ciclo al quale appartengono [pg!228] pure due poemi precedenti: «La palingenesi» ed il «Lucifero»; ed è a sua volta una trilogia. Sebbene nella prima parte vi siano colorite magistralmente e la vita patriarcale e le sciagure che fecero passare in proverbio la pazienza del virtuoso servo di Dio, Giobbe non è qui che un simbolo adombrante il pensiero umano nel suo faticoso e doloroso errare in cerca della pace.