Un fare largo, vigoroso, a rilievi, a sfumature; una sobrietà classica, un'elasticità di idee rivestite sempre opportunamente, un'arte delicata e insieme profonda, e su tutto un riflesso vivido del sole di mezzogiorno: quel mezzogiorno benedetto che ci dà i fiori più profumati e i frutti e gli ingegni più saporosi; — ecco la musa di Mario Rapisardi. Una Musa dalle forme opulente e dal profilo fine e pensoso, come certe figure del Guercino.
Leggiamo insieme la descrizione dei giardini di Giobbe:
.... E da un lato i giocondi orti feraci
Di molti erbaggi festeggianti il sole
Con lor varie verdure, offrian sovente
Se non lauto, alle cene ampio tributo;
Fiorivano dall'altro i bei giardini
Delle case delizia. Ivi precoce
Mandorlo accanto il zèfiro blandisce
L'odorato albicocco; in tra le scure
Foglie nevate di recenti fiori
S'impiattano le arance; dipende
Dal torto ramo il languidetto fico,
Che lacero la buccia e in bocca il miele
Primo seduce il passerel furtivo.
Vedi su l'orlo delle pale irsute
Schierar le frutta l'indico banano,
Dolci frutta alla lingua, orride al tatto.
Di cui tanto il nativo Etna s'allegra;
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Noderoso ingiallir presso ai vermigli
Grappi del mite tamarindo il forte
Pomo cidonio, che serbato il verno
Rustici alberghi e vestimenti odora.
Ecco non lungi dal cireneo olivo,
Il sesamo oleoso; ecco l'opimo
Alve di Socotôra, che la sete
Smorza del sobrio camello; il sicomoro
Dalle bacche turchine e il tamerice,
A cui flessili e folti a par di crini
Piovono i rami dall'amaro tronco,
Che le febbri cocenti in fuga volge.
Nè te, ritrosa sensitiva, a cui
La vereconda vergine somiglia,
Avea pure scordato il buon cultore:
Nè voi, piante felici, ond'uom distilla
Manne vitali e preziosi aromi;
Con l'acacia del Nil sorgon confusi
I cinnami fragranti; si pompeggia
Nel color aspro delle sue corolle
Il selvatico grogo: odora il nardo
Dalle storte radici, in quel che presso
Agli olibani pii gemon le rame
Del balsamo superbo e i provocati
Pianti avviva di dolci iridi il sole.
. . . . . . . . . . . . . . .
Dopo questa evocazione d'un cantuccio fortunato della biblica Arabia, dopo gli aromi e il fogliame, eccovi un quadretto asiatico di genere. Anna la vecchia nutrice di una delle nuore di Giobbe, e un'ancella, s'accingono a fare il pane. Mi pare una scena dell'Odissea:
.... Mentre in queste memorie s'avvolgea
La vecchiarella, e dava esca alla fiamma
Che sorgea scoppiettando e le nodose
Braccia arrossiale e la rugosa guancia,
Una serva robusta entro capace
Madia su quattro saldi piedi eretta,
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Agitando lo staccio e i colmi fianchi,
La farine scernea, candido monte
Facevane nel centro, ad esso in cima
Aprìa con pronta mano ampio cratere,
Con pingue latte di camella il caldo
Fonte commisto vi versava, e tutto
Rimenando e intridendo e con gagliarde
Nocche pigiando e con sonanti palme,
Dùttili ne facea biondi pastoni:
Indi, raschiato della madia il fondo
E sgrumate le dita, in picce uguali
Distingueali; con dolce olio d'oliva
Le careggiava, e su convessi forni
Le disponea con vago ordine in giro.
. . . . . . . . . . . . . . .
Vorrei che un pittore s'innamorasse di questo soggetto di un'antica semplicità. Vorrei vederle vive di colore e di forme questa vecchia grinzosa, questa giovine schiava nel bel costume di Sara e di Rachele, intente all'opera faticosa e buona, a cui l'ambiente dovrebbe dare una maestà rozza, ma quasi rituale. Che forte e sapiente contrasto la gioventù rigogliosa dell'ancella, tutta appariscente in quell'atto di domare la pasta con le fresche braccia accanto alla vecchia accoccolata nei bagliori rossastri ravvivando il fuoco! Come questa scena nella sua umiltà secolare ci riposerebbe dalla sequela di paesaggi, dalle modernità scipite o sguaiate che adornano le pareti delle mostre di pittura!...
Ma mi accorgo che ho la lingua un po' troppo lunga qualche volta, e non è un buon esempio che vi do, signorine. Torniamo piuttosto al poema.
Il fantasioso e nutrito poema è in endecasillabi sciolti, ma poi quando la materia quasi lo richieda, cangia improvvisamente metro ed andamento con un effetto stupendo. Le giovinette amate dai figli [pg!231] di Giobbe cantano. Leggiadrissime canzoni cantano. Udite questa di Zilpa, l'invincibile;
Un paese conosco ove non ride
Caldo e raggiante il sole;
Ma quanto infido è il Sol, tanto son fide
L'anime e le parole.
Ivi oceani non son, non son vulcani,
Nè abissi il suol nasconde;
Non fiamme d'amorosi impeti umani
Non mar d'ire profonde:
Ma deserti di fiori entro una blanda
Fascia di nivea luna,
Laghi a cui fan gli azzurri ampia ghirlanda
Senz'onda ed aura alcuna.
In palazzi d'opale e di coralli,
Avvolte in roseo velo
Pallide giovinette intesson balli
In fra la terra e il cielo.
In fra la terra e il ciel, come fragranza
Che il freddo aere molce,
S'alza un canto di pace e di speranza
Monotono ma dolce.
Oh fratel mio, tal rigido paese
È qui dentro il mio core:
O amico e difensor bello e cortese,
Io non conosco amore.
La seconda parte del poema è tutta occupata da una visione di Giobbe. È rigidamente ascetica. Simboleggia, parmi, il periodo di cieca fede del pensiero umano — l'età dei martiri, dei crociati, dei santi. C'è un intermezzo composto di laudi — le laudi sacre che, nel secolo decimoterzo, pie compagnie d'uomini e di fanciulli, di nobili e di plebei, accesi [pg!232] dallo stesso ardore spirituale cantavano nell'Umbria ricordandosi del fraticello di Assisi. Queste laudi del Rapisardi sono una sapientissima imitazione di quelle. Par di sentirvi l'estro religioso di Iacopone da Todi. Eccovene un saggio: