LAUDA DI ANACORETA.

Patria, amici, parenti, famiglia abbandonai

E in questo solitario antro mi ricovrai:

Dio che alla terra oscura manda del sole i rai

Porse alfine un conforto a' miei terrestri guai.

Il mondo è una gran selva d'alberi velenosi

Dove fra l'erbe e i fiori stan biscie o serpi ascosi,

Dragoni e basilischi dagli occhi sanguinosi

Insidian la salute dei giusti e dei pietosi.

Son l'erbe, a chi le calchi, più che rasoi taglienti,

Le fragranze de' fiori producon febbri ardenti:

E di quei mostri occulti son così aguzzi i denti,

Che squarciano le viscere delle smarrite genti.

O dolce solitudine, tu di virtù sei scola,

Da te la pellegrina anima a Dio sen vola,

In te la mia tristezza s'aqueta e si consola,

Beata solitudine, beatitudin sola.

. . . . . . . . . . . . . . .

Cito qui per il contrasto un canto di Goliardi. La poesia goliardica nel suo rudimentale tentativo di rinascimento dell'arte, fu a quei tempi di penitenza come una spera di sole dardeggiante attraverso la mistica e fredda ombra di una cattedrale:

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CANTO DI GOLIARDI.

Sulla terra già Venere scende,

Vengon seco le grazie e gli amori,

Sul suo capo il cheto aere s'accende,

Sotto il piè le germogliano i fiori.

Madre e dea d'ogni cosa gentile

Orna i rami, gli augelli ridesta;

L'aria, l'acqua, la terra è una festa:

O l'aprile, l'aprile l'aprile!

O fanciulla che languida giaci

Fra le piume, e sognando sorridi,

E il ciel suona di canti e di baci,

Freme il bosco d'amplessi e di nidi.

O fanciulla, son rapide l'ore

Della gioia, a te mormora il rio;

Sorgi, vieni ti dice il cor mio:

O l'amore, l'amore, l'amore!

. . . . . . . . . . .

L'ultima parte della trilogia è scientifica e un po' faticosa agli indotti. Pure scorre tutta così tersa, così, direi, lieve, nella sua profondità che se ne ricevono ugualmente impressioni luminose. È un viaggio nell'ètere, di Giobbe guidato da Iside che raffigura ad un tempo la Scienza ed il Mistero. È una ideale peregrinazione da stella a stella, da luce a luce, durante la quale Giobbe ascolta dalla sua guida il racconto della formazione del mondo, età per età; — è il viaggio del pensiero attraverso l'abisso dell'infinito. Egli scopre, esulta, s'inebria, finchè arrivato al limite la natura gli dice; Arrestati! Icaro cade...

Intanto Giobbe s'esalta dei nuovi orizzonti che gli si schiudon dinanzi, della virtù nuova che s'è [pg!234] fusa al suo spirito e che lo fa avido di comprendere, di spaziare, d'innalzarsi:

In alto, in alto! all'etere

Padre al fecondo sole

Sorge ed inconscia palpita

Ogni vivente prole;

O che da germe cieco

Sbocci o da grembo, o come verde smalto

Erbeggi in prato, o induri in selva: o libera

Discorra e voli, o bosco abiti o speco,

Sempre dovunque un'intima

Legge la chiama e la sospinge in alto.

Manda la terra gli umidi

Fumi dal seno, ond'hanno

Nubi di vita gravide

Gli astri al mutar dell'anno.

Desti al gagliardo attrito

Di secchi tronchi e resinose tede

Guizzan dal foco gl'inquieti spiriti

Ubbidienti ad un supremo invito;

E, fiamma anch'essa, l'anima

Lingueggia ardente ad un'eterea sede

. . . . . . . . . . . .

Ho finito per oggi, amabilissime. Non crediate però ch'io abbia inteso di farvi una rassegna del bel libro, nè che vi abbia comunicato tutte le mie impressioni. Mi mancano il sapere e lo spazio; due cose, vedete, essenziali. Ho solamente desiderato che conosciate un po' più del titolo d'un'opera che fa onore all'Italia. Vi ho attinto per voi delle gemme, sì, ma molte altre ricchezze riposano nel fondo di quel piccolo mare. Un vero mare, con le sue glauche trasparenze, i suoi scogli, i suoi mostri, le sue perle, le sue falangi di deità invisibili, e le sue carcasse umane, la sua sinfonia di voci, e il gemito eterno d'un titanico dolore...