— Ci sono dei ragazzi forti, dei giovinotti spregiudicati, perfino dei vecchi medici, che soffrono di tutta quella miseria; non ne dovrei soffrir io, donna? Sarebbe una mostruosità. Oh se ho sofferto! orribilmente, atrocemente... tanto più che erano obbligata a nascondere i miei terrori che avrebbero dato ragione a quelli che mi contrariavano... Quante notti senza dormire, tutte piene di incubi sanguinosi...! Quante giornate piene di nausea, di tetraggine...! Ma la notte sopratutto, oh la notte era orribile... E qualche volta ancora... sebbene siano due anni che vado al teatro anatomico... Ma non mi ci avvezzerò mai, temo...
Aroldo si lisciava la barba breve, biondiccia, ricciuta, fissandosi le punte dei piedi. Clotilde parlava sommessa e con uno sforzo palese, arrossendo e impallidendo. Qualcuno de’ loro compagni di viaggio s’era voltato a guardarli, con una certa aria meravigliata per la apparente serietà dei loro discorsi di quella mattina. Negli occhi della ragazza malinconica passava qualche lampo d’invidia, e la serva e la lattivendola avevano scambiato una parola all’orecchio e un sorriso.
— Eppure ho sempre vinto ogni ripugnanza, ogni debolezza... Ah, quando si vuole proprio! Neanche uno svenimento, sa? La Ginoli ha durato otto giorni a svenire... le bastava vedere la tavola di marmo... E gli studenti anche non scherzano... Ogni volta bisogna accompagnarne fuori uno. Ma io mai. Pure mi venivano i sudori freddi...
Aroldo, immobile, a occhi bassi, taceva.
— Gli è che, — continuò Clotilde, — a me accade una cosa strana. Quando risento un’impressione violenta, non è mai sul momento che mi accorgo di provarla, è sempre, dopo. Sul momento una forza insperata m’irrigidisce; ma il contraccolpo mi accascia. Durante le prime lezioni clinico-chirurgiche o le sezioni, mi serbavo fredda e tranquilla; alla notte battevo i denti dal terrore e ne avevo la febbre...
Aroldo appoggiò le mani e la fronte al pomo del suo bastoncino d’ebano.
— E la prova più rude, chi lo crederebbe?, non è per me l’anfiteatro. È la visita che faccio nella infermeria dei bambini. Tutti quei poveri corpicini travagliati, addolorati, straziati, quegli occhietti che supplicano un sollievo, che non sempre possiamo dare, quelle vocine che non sanno esprimere, se non piangendo le loro sofferenze e che sembrano ribellarsi al loro male come ad una crudeltà, a un’ingiustizia... che non vedono nel medico che un nemico barbaro e nei rimedi che un tormento... mi fanno l’anima così triste ed oppressa che qualche volta mi par d’impazzire d’ipocondria... Eppure è per loro che lotto... per loro che voglio vincere... a loro che sacrifico senza esitare tutti i sorrisi della vita... e non ho che ventiquattro anni....
Aroldo le afferrò il polso così improvvisamente e così forte da farla trasalire. I suoi occhi lampeggiavano; i suoi occhi belli e strani che avevano languori e tempeste inattesi.
— No! no! — esclamò sottovoce, concitato:
— No! — E la fissò negli occhi senza lasciarla, con un’espressione di sfida, che ella sostenne arditamente, ancora tutta rosea nel volto del suo entusiasmo di carità.