— Già, un giorno o l’altro ho fede di smettere questa vitaccia da cani... Potessi solamente trovare il modo di far rappresentare la mia opera... ah! — E giunse le mani lanciando in un sospiro quel desiderio e quella speranza che erano l’aspirazione della sua vita.
— Io ci credo; ci creda anche lei, — sussurrò Clotilde con quella intonazione franca e sicura della sua voce che, unita allo sguardo velato de’ suoi occhi, faceva delle cose ch’essa diceva una specie d’oracolo: — La fede smuove le montagne....
— Sì, ma gli impresarî e gli editori sono peggio delle montagne! — ribattè lui con una serietà comica e desolata. — Intanto lavoro — aggiunge dopo un momento; — lavoro con un accanimento che dispera la mamma. Ma come fare?... ho tanta roba qui..... in testa, che mi opprime; che mi canta, che mi assorda, che frulla per sprigionarsi, per pigliare il volo..... Ed io m’affretto, m’affretto come se avessi paura di non arrivare in tempo a cantar tutti i canti che mi fluiscono dal cervello. L’ora fugge... bisogna spicciarsi a raccogliere la mèsse... perchè l’avvenire è lungo... è breve... chi sà...?
Clotilde ebbe un brivido sottile, doloroso. Aroldo teneva le mani senza guanti aperte sulle ginocchia, due mani scarne, giallastre, uh po’ adunche. Ella ne vedeva tutti i giorni di quelle mani all’ospedale...
— Forse è un avvertimento, — continuò lui, quasi serenamente. — I miei fratelli, quattro, sono morti tisici come il povero babbo. Il più giovine aveva diciotto anni, il maggiore è vissuto fino a trenta. Io ora ne ho ventisei. Ancora quattro anni, forse...
— Ma non dica così! — esclamò Clotilde con la voce tremante. — Non sa che questo pensiero solo basta ad uccidere?
Aroldo la fissò con rapida intensità; e negli occhi, parlando di morte, gli raggiò la vita poichè l’anima della fanciulla in quell’attimo era riflessa dal volto. La pietà l’aveva tradita...
***
Erano tutti in giardino dopo il desinare. Tutti, anche la famigliuola dell’avvocato Dardanelli, che veniva spesso, da buon vicino, a bere il caffè con la signora Rita. La vecchina seduta sul sedile di ferro fra i sicomori oramai tutti in fiore, metteva la quarta pallottola di zucchero nella sua tazza con le piccole mani scarne e tremolanti ascoltando la moglie dell’avvocato, la bella signora Giulia, che le parlava in fretta con la sua voce grossa e sgradevole. Roberto passeggiava fumando nel viale più appartato; Dardanelli, al solito, guardava avidamente Clotilde che chiassava coi bambini.
— E lei non viene a prendere il caffè? — le chiese, andandole incontro col viso rosso e gli occhi lustri, sbuffante ed eccitato dalla digestione.