La ragazza sorrise sarcasticamente e si diresse verso il cancello d’uscita, perseguitata dalla voce stizzosa della nonna, che finiva il suo sfogo con la signora Giulia. Sedette sul muricciuolo di pietra, al di fuori, stringendosi sempre alla bambina, ricacciando con sforzi inauditi le lagrime che le empivano gli occhi accecandola. Ecco la giustizia del mondo! Lei era una creatura indegna, senza cuore, una saccente boriosa, disutile e infingarda; e Roberto un martire glorioso, lui, che trascinava le giornate intere fra il fumo delle sigarette e le fantasticherie per concludere con qualche sguaiato verso d’amore, o qualche veemente tirata contro tutto e contro tutti, senza che si sapesse troppo bene il perchè, senza che lo sapesse neanche lui.... Roberto, che con la scusa d’esser poeta si faceva perdonare ogni stravaganza, ogni birbonata, ogni indelicatezza; e comandava e s’imponeva come un essere superiore, arbitro di tutto e degno di adorazione. La nonna lo giudicava una cima senza capir molto dei suoi versi e meno delle sue prose, condannate tutte, prima di nascere, al cestino delle redazioni. Roberto, a sentir lei, era un grand’ingegno, un talento disconosciuto; già, i grandi uomini hanno cominciato tutti così, poveretti, purtroppo; e qui la nonna non mancava mai di tirare in ballo Colombo e Galileo, senza che ci avessero troppo a che fare, veramente; ma lei non ne conosceva altri: e concludeva che se le creazioni di Roberto non erano accettate, voleva dire che i giornalisti erano ciuchi o invidiosi di lui che li metteva in sacco tutti quanti. I versi, oh i versi poi erano destinati senza dubbio a mettere a soqquadro il mondo...., solamente mancava l’editore.... E così a furia di batter questo tasto, Roberto, che non era un cretino, cominciava a diventarlo, convincendosi che lui solo aveva ragione e gli altri tutti torto, e tirava via a regalare qua e là ai giornali le sue sgrammaticate invettive o le sue insipide pornografie, che ognuno si guardava dal mettere alla luce, e s’atteggiava di più in più a genio incompreso.

Ingiustizie! Clotilde baciava sui riccioli la bambina, piangendo. Ella, così forte, così padrona di sè, aveva di queste debolezze improvvise quando le tristezze le venivano da chi avrebbe dovuto raddolcirle la via già così scabrosa, già così triste. Era dunque una colpa consacrarsi ai dolenti? Una colpa seguire quel interno impulso, che la sospingeva ogni giorno più, riverente, ammirata, verso la scienza, l’iddia severa e bella che non abbaglia con promesse vane, che conquide lenta, sicura, formidabile?... Una colpa rinunziare per il trionfo d’un’idea, forse alla felicità, certo alla pace serena e ridente della vita? L’arte, oh! un’egoistica magnificenza che fa molti disgraziati; la scienza, una gran carità distribuita a tutti gli umani per farli meno poveri, meno infelici! Ed era ancora la pietà che le traboccava dal cuore.

Roberto veniva verso il cancello: ella s’asciugò gli occhi in fretta, furtivamente, e si mise subito a parlare alla bambina sorridendo. Il giovine senza curarsi di lei venne a sedersi sul muricciuolo di fronte stiracchiandosi i baffetti con lo sguardo vago. Il sole, laggiù, all’estrema plaga serena, pareva stemperarsi in una fulgidezza aurea, incandescente. La nuvolaglia bigia si accavallava più in alto, come una rovina strana ed enorme di qualche costruzione ciclopica; si andava diradando verso levante in chiazze dense, fumose, in diafani lembi d’un velario fantastico stracciato dal vento, in una linea sinuosa e allungata, come di una costa lontana, avvolta nelle brume e nel mistero d’un paese di leggende e di sogni, popolato di larve. Tutto un altro mondo pieno di laghi, di terre, di edifici, di mostri, di forme tenui e gentili, veduto in miraggio come una gran promessa di purezza, di pace, di silenzio, come la visione apocalittica d’una patria diafana, destinata ad accogliere le anime che volano via dalla terra.

Nella bianca strada battuta, e di là dalla siepe di biancospino, di là dal filare dei pioppi, su tutta la pianura vasta che verdeggiava appena, il vespro calava così, con una delicatezza muta, soave e triste, opprimendo. La primavera ha di questi silenzi eloquenti in cui par di sentire il germoglio interno di tutta la vita della natura, come si ascolta col volto indifferente il fermento di tutte le passioni latenti nell’anima. Clotilde calma, quasi sorridente, spasimava.

La Rachelina le scivolò dalle ginocchia e scappò. Roberto e lei rimasero soli, muti, assorti; seduti, e appoggiati con le spalle ai pilastri del cancello. Roberto anzi si era steso sul muricciuolo come in un letto, con una gamba allungata e l’altra piegata, il sigaro in bocca; Clotilde seduta un po’ di traverso, con le braccia cadenti, senza atteggiamento alcuno.

Improvvisamente le prime note d’un coro agreste si diffusero sonore. Le parole si perdevano così allungate nelle note tenute, lente, nelle parti divergenti e fuse in un’armonia melanconica e dolce, piena di maestà. Erano contadini che tornavano dal lavoro: le donne tenevano gli acuti, gli uomini i bassi, e le parti s’allontavano adagio, digradando melodiose, per riunirsi e risolvere diversamente, come una fuga. Un classicismo ingenuo, misto a un non so che di languido, di carezzevole; solenne ed umano.

Roberto si rizzò e tese il braccio accennando a sua sorella d’ascoltare. E Clotilde ascoltava, immobile.

La frotta dei contadini passò dinanzi a loro, a piedi nudi, sollevando un po’ di polvere. Prime schierate in fila, coi rastrelli sulla spalla, le donne, che scorgendo i due giovani ammutolirono ridendo e motteggiando fra loro un po’ vergognose; poi gli uomini, che continuarono a fare i bassi, impassibilmente, levando il capo, scamiciati, con la giacca sull’omero. I più vecchi invece di cantare dialogavano: qualcuno rimasto indietro per accender la pipa, raggiungeva correndo i compagni. A venti passi dopo il cancello ripresero tutti il coro; Roberto ricadde con gli occhi socchiusi, fumando, nella sua posa pigra di sognatore — Clotilde si levò adagio per seguire ancora i contadini con lo sguardo. Repente una soddisfazione, viva come una gioia, le aveva alleggerito il cuore. Era la coscienza di sentirsi anche lei, come quei suoi fratelli, degna del riposo.....

***

Il tram si fermò come al solito al cenno di Clotilde che aspettava sul cancello, tutta fresca nella freschezza stillante del mattino. Ma Aroldo non c’era, dovette salire senza che nessuno l’aiutasse e sedersi accanto alla ragazza malinconica che indovinando qualche tristezza le rivolse un’occhiata di simpatia. Il carrozzone si mosse fra il cicaleccio della lattivendola e della serva del parroco, che pareva un papavero, con la sua blusa nuova di mussola rossa a mezze lune gialle. Uno dei scolaretti riprese col portalettere la discussione un momento interrotta sulle collezioni di francobolli; e il vecchio sonnacchioso, vedendo Clotilde sola, non pensava più a richiudere gli occhi.